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1) Luigi, premettiamo che tu sei uno scrittore, un poeta “a prescindere”, uno scrittore importante, quindi non vorrei farti delle domande che possano confinarti dentro un cliché, ma immagino che il lavoro come problema esistenziale possa aver condizionato molto la tua vita. E’ proprio per cercare lavoro che sei migrato ad Oslo nel 1957. Forse ha condizionato anche la tua scrittura, non lo so…te lo chiedo. Pensa a quanti scrittori italiani sono stati ispirati dal proprio mestiere, pensa a Federico Tozzi dei “Ricordi di un impiegato”, al Mastronardi maestro a Vigevano, al Levi impiegato nella fabbrica di amianto di Balangero, no? Penso a Volponi, a Ottieni, al lavoro fatto da Bianciardi e Cassola, un reportage sui minatori della Maremma. Dimmi quanto secondo te un mestiere, un lavoro può incidere nella forma di una vita, di una esistenza, e come questa esperienza si traduce in scrittura. (la poesia va bene, ma su questo non mi hai risposto. Puoi farlo, se ti va? Non mi dici niente del lavoro in rapporto alla scrittura, se rapporto c’è.)
Tutto incide anche la posizione in cui ti trovi quando scrivi, seduto davanti alla macchina da scrivere. Anche questo incide, incide tutto, eppure molto di noi stessi è rimosso. Anche tu hai avuto una esperienza di lavoro, ha questa esperienza influito? Oppure è una cosa che hai rimosso? Per certe cose è necessario il dialogo, per le cose difficili bisogna parlarci, io disgraziatamente non ho tutte le risposte.
Mai letto Federigo Tozzi, neppure il “maestro Mastronardi a Vigevano”. Volponi? Io ho fatto l’operaio e Volponi era uno dei direttori della Olivetti, mai letto Ottieri e neppure Banciardi e Cassola. A quattordici anni rimasi affascinato dalla “Divina commedia” e dalle “Lettere dal carcere” di Gramsci.
Volponi però lo hai letto. Parlo soprattutto del Volponi narratore. Memoriale, Le mosche del capitale…anche Levi credo
Di Volponi ho letto solo la "macchina mondiale" a me Volponi come poeta e come scrittore non mi ha mai interessato.
Qui sposterei la domanda che stava più avanti.
5) C’è una poesia con un maiale che irrompe nella fabbrica…una poesia di “Istruzioni per l’uso della repressione”. Come è nata nella tua mente quella poesia?
Stranamente a questo ho già risposto senza leggere la tua domanda. Una mia poesia eccola pubblicata in “istruzioni per l’uso della repressione”:
LXXI
chiudere un porco vero nel reparto
non un porco normale
un porco insomma un maiale insomma
chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce l'associazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia
vediamo se è ancora commestibile
vediamo se il sistema nervoso non gli si e spezzato
vediamo se è diventato impotente
con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
pero la proposta dimostrativa non può essere accettata
il maiale e stato selezionato
perché ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto
è stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi
metti un uomo nel reparto
chiudili dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dell'umanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(può diventare pericoloso
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
può diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspettati che scoppi)
Questa poesia è nata in questa maniera: Eravamo a mezzanotte, la fine del turno, tutti nudi sotto la doccia, stanchissimi, uno disse che aveva visto un ratto nel reparto, un compagno disse di un maiale, ritorno a casa e di getto scrissi la poesia del porco nel reparto.
In ricordo negli operai, compagni, con cui ho lavorato insieme per tanti anni ho scritto questa poesia:
questa notte vi ho rivisti tutti
splendidamente vivi
ritornammo a rivedere
tutti gli orrori di quel reparto ridendo
non sono riusciti ad ammazzarci
siamo ancora tutti vivi
nuovi come fossimo risuscitati
non più contaminati dalla sporca morte
Nuova domanda: Che lavoro, o lavori, hai fatto in Norvegia? Ricordo che quando venni ad Oslo tu dalla terrazza di casa mi mostrasti la zona dove lavoravi. Quanti anni sei stato in quella fabbrica e di cosa ti occupavi? Se vuoi puoi anche parlarmi di come ti sentivi dentro la fabbrica, anche se in realtà questo lo hai scritto in molto delle tue poesie. Più avanti, rispondendo ad un’altra domanda affermi: “lavorando in un reparto terribile che certe volte nel sogno diventa un incubo, quasi un reparto dell’inferno, eppure non sono riusciti a distruggermi”.
Due aspetti, il terribile di quel reparto e nello stesso tempo ricordo con una enorme nostalgia quell'essere insieme, i rapporti con i compagni di lavoro che erano veramente fraterni, solidali in tutto, scherzavamo, ridevamo insieme, ci aiutavamo in tutto, quell'essere compagni aveva veramente un senso. A proposito ho scritto questa una corta prosa che illustra il significato dell'essere insieme:
Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell'antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell'essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent'anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche la croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le "ali illuminate" perché è questo essere insieme la prova dell'epoca, devono riuscire a vivere insieme gli albani con i serbi, i turchi con i curdi, i palestinesi con gli ebrei, devono smettersela di vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta "siamo tutti figli di madri", le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell'essere insieme come quando ero in quel reparto io italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d'anni continui. Ero insieme a tutti voi con le nostre tutte, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno ad uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicati e dei metalli pesanti, metallurgiche a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi in tutto ma eravamo insieme nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l'essere diversi però fraternamente insieme.
2) Già nella prima raccolta di poesie “Non possiamo abituarci a morire”, di impronta neorealista, si sente fortemente la natura politica della tua scrittura, e un giovane Franco Fortini nella prefazione parla non a caso di “ritratti di gente che lavorare stanca”. Penso a questi versi: “La nostra città è questa/ed altre città hanno questa miseria/con le officine che aprono e chiudono/e fanno lavorare fuori orario e non pagano mai”. Si sente il peso della fatica, del lavoro, una condizione che era al centro dei tuoi interessi, dentro una condizione, la cosiddetta “condizione operaia”. Che ricordo hai di quella tua prima raccolta?
La mia prima raccolta edita nel 1953, poesie scritte quando avevo una ventina di anni, certe volte incontro amici che ancora prima di salutarmi mi dicono: piove e forse pioverà per sempre, un verso della mia prima raccolta. E rivedo quel mese di febbraio di piogge continue, abitavamo in un vicolo nel rione di Santa Caterina, nessun riscaldamento, pranzo una minestra e alla sera patate lesse o insalata. La mia prima raccolta ha qualcosa a che fare esclusivamente con quello che ho vissuto, con quello che ero, con quello che eravamo, con la lingua che avevamo, ultimamente ho incontrato per puro caso un amico d’infanzia, Luciani Luciano, ci siamo immediatamente riconosciuti e abbracciati.
(qui, se vuoi, ti chiederei di aggiungere qualche altra cosa. Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo primo libro, che facevi a Fermo in quegli anni? Sul risvolto del libro c’era scritto che avevi fatto molti mestieri, tipo il manovale ma anche il fotografo.
Ecco come venne pubblicata la mia prima raccolta, leggevo una rivista settimanale diretta da Lucio Lombardo Radice, Incontri, una rivista del partito comunista diretta ai giovani, questa rivista indette un concorso di poesia, partecipai con una poesia di "non possiamo abituarci a morire" precisamente con il poemetto "la città dove viviamo". Per questa poesia fui invitato ad un convegno di poesia a Pontedera, siamo alla fine del 1952, in questo convegno lessi la mia poesia, mentre uscivo da convegno mi ferma l'editore Schwarz mi da il suo indirizzo e mi chiede di spedirgli subito tutte le mie poesie, ritorno a casa spedisco e Schwarz mi trova Fortini per la prefazione e mi pubblica la mia prima raccolta. La cosa avvenne tanto semplicemente che sembra incredibile.
3) Una mia curiosità: che pensi di Beppe Fenoglio, uno dei più grandi e straordinari autori del novecento italiano. Leggevi i suoi libri quando uscivano? Quando leggevo La malora, per esempio, che uscì nel 1954, lo associavo al tuo Non possiamo abituarci a morire. Secondo me si sente l’umanità e l’asprezza della stessa Italia. Sei d’accordo?
Beppe Fenoglio ha pubblicato il suo primo libro nel 1952, la mia prima raccolta “Non possiamo abituarci a morire” è del 1953, poesie scritte mentre usciva il libro di Fenoglio, ti assicuro che nel 1952 non potevo leggere Fenoglio e il Fenoglio non l’ho mai letto. Sono andato a vedere nell’enciclopedia Garzanti, il primo libro di Fenoglio è del 1952, per la mia prima raccolta ho avuto solo una influenza, la vita di uno dei vicoli più poveri di Fermo.
NUOVA DOMANDA: Com’era questo vicolo, che ricordi hai della tua casa? Che lavoro faceva tuo padre? E i tuoi vicini? Cerca di raccontarmi un po’ la fotografia sociale dell’epoca attraverso il vicolo che ha nutrito la tua vocazione letteraria
Mio padre faceva il muratore, eravamo estremamente poveri. Mi sembra di avertelo già detto, la fotografia sociale? Scusa mica vorrai che ti scrivo un romanzo?
Ti associo anche ai racconti fotografici di Luigi Crocenzi, quelli di “Andiamo in processione” usciti sul Politecnico. Che rapporto hai con la fotografia?
Faccio molte fotografie, quando sono a Fermo fotografo i vicoli fermani, cioè fotografo solo quello che vivevo quando ero a Fermo, ritrovare la Fermo della mia infanzia, la traccia che è rimasta di quello che eravamo, adopero un obiettivo speciale munito di un filtro molto caro per cui i vicoli diventano quasi una immagine onirica. A volte è come fotografare quel “precipitare” come lo intende Freud. Quando scrivevo la mia prima raccolta ero sui venti anni, io abitavo in vicolo Borgia, famiglia tra le più povere di Fermo, Crocenzi già era ricchissimo. Anche Crocenzi l'ho conosciuto dopo, invece ero amico con Giuseppe Morichetti, l'archivista, il figlio ha l'edicola dei giornali a San Francesco.
Anche il titolo di un altro tuo scritto “Apprendistati”, uscito sul “Garofano Rosso”, e poi titolo di un libro che pubblicò Bagaloni, richiama il mondo del lavoro. L’apprendista, oltre che una categoria di formazione in assoluto, per una intera generazione (penso per esempio a miei genitori) significava anche sfruttamento. Pensa che adesso ci sono addirittura contratti di lavoro talmente precarizzati che uno rischia di diventare apprendista a vita. Giulio Mozzi, uno scrittore della mia generazione scrisse “L’apprendista” dopo averti letto, ricordi?
Giulio Mozzi credo che mi cita nel suo primo libro, non ho voglia di andare a cercare il primo libro di Mozzi e ricercare la pagina dove viene fatto il mio nome, ogni tanto di Mozzi mi arrivano messaggi di lode che non posso contraccambiare, non leggo libri dei contemporanei non posso aggiornarmi, vivo con la pensione di un metalmeccanico, compero e leggo solo libri indispensabili e sono in Norvegia dal 1957 così leggo giornali e libri norvegesi.
(ma a parte Mozzi, che ti stima davvero molto, parlami di “Apprendistati”, cerca di spiegarmi la scelta di questo titolo, che poi credo fosse una tua cosa uscita su “Garofano Rosso”. C’entra con il mondo del lavoro, oppure no?)
Il titolo "apprendistati" l'ho trovato tanti anni fa, poesie iniziate a scrivere quando ero in fabbrica, totalmente nella condizione operaia, apprendistato in tutti i sensi, apprendere, imparare, inoltrarmi nella condizione, apprendere la condizione di vivente in questo mondo, apprendistato in tutti i sensi anche come apprendistato per una poesia, non bisogna date tanta importanza ai titoli, io battezzo le mie opere alla fine, mai all'inizio, dare un nome, la cosa può essere casuale anche. Le cose sono ambivalenti, sono significanti e nello stesso tempo non significano niente e la parola "apprendistati" non l'ho inventata io, io l'ho spostata in un contesto e nel nuovo contesto è insolita ma in se è una parola delle più comuni.
4) Quando sei arrivato ad Oslo, alla fine degli anni ’50, da emigrante, è stato difficile trovare un lavoro, una casa? Com’era l’Italia quando gli emigranti eravamo noi e come eravamo considerati all’estero?
Ho trovato quasi subito da lavorare in una fabbrica e la fabbrica mi assegnò una cameretta di pochi metri quadrati, nove metri per la precisione. Finalmente trovai il posto anche per poter scrivere e portare a compimento la mia seconda raccolta. Io e mia moglie ci incontrammo subito ci siamo molto amati anche nella cameretta di nove metri quadrati. Poi piano piano siamo riusciti a trovare una casa molto bella e portare avanti una famiglia di quattro figli e sono perfino riuscito a pubblicare ben dieci libri e a scriverne altrettanti inediti. Sono veramente orgoglioso di essere riuscito a tanto. Sono stato anche fortunato, i miei editori non mi hanno chiesto neppure una lira anche perché di mio avrebbero potuto avere solo qualche sputata in faccia. Sono orgoglioso di essere riuscito io con mia moglie a portare avanti la nostra famiglia, senza imbrogli e sotterfugi lavorando in un reparto terribile che certe volte nel sogno diventa un incubo, quasi un reparto dell’inferno, eppure non sono riusciti a distruggermi. Nella nostra famiglia tutto è andato avanti lietamente, perfino i parti di mia moglie erano indori e lieti, come era lieta quando potevamo permetterci un nuovo figlio,
NUOVA DOMANDA: Come sei arrivato ad Oslo nel 1953?...in treno? Che ricordi hai di questo tuo arrivo in un posto che non conoscevi, lontanissimo e diversissimo dalle Marche, dall’Italia…
Sono arrivato ad Oslo in treno, avevo corone norvegesi 50, meno di dieci euro, all'inizio ho dormito nei dormitori dell'armata della salvezza.
In un sito internet c’è copia della lettera che ti scrisse Italo Calvino a proposito di un’opera che si intitolava “Verbale”. Di cosa si trattava?
Ho spedito a Calvino un romanzo dal titolo Verbale, sarebbe il verbale di una assemblea della sezione del Partito Comunista di Fermo.
(mi dici qualcosa di più di questo libro? Non c’entra niente con Palmiro, oppure si? Anche lì parli di comunisti, piccisti di Fermo. Di cosa si parlava in “Verbale”?)
No il verbale è cosa tutta diversa del Palmiro.
NUOVA DOMANDA: E Cèline lo hai letto? Calvino mi pare avesse notato questa somiglianza tra la tua prosa e quella del grande scrittore francese. Forse anche questa visione impietosa di quelli che tu chiami gli orrori della vita e del mondo forse ti avvicinano a lui.
Mai letto Cèline, ora ricordo precisamente una ragazza norvegese parlava l'italiano perfettamente, perfino in dialetto, si chiamava Celìne, chi sa che fine ha fatto, ora vorrei tanto rivederla era bravissima e simpaticissima.
NUOVA DOMANDA: Quando hai pensato di scrivere Palmiro? Quale è stata la sua genesi?
Il Palmiro l'ho iniziato quando ero a Fermo nel 1954 circa, emigrai e dimenticai la prima stesura, la ritrovai per caso in soffitta da mia madre, mi portai i fogli ad Oslo e riscritti il Palmiro con grandissimo divertimento.
6) L’epica è una tua forte prerogativa. Tu sei un poeta fortemente epico e caustico. In “Enunciati”, per esempio, parli di muratori: “il colpo di martello/che spezza il mattone nel punto infallibile/la scaglia il colpo o il verso allucinato che smaglia/guardare questa cosa mentre si muore o ci acceca/l’improvviso bagliore della fiamma ossidrica/ o quello che cadde nella vasca della calce viva”.
Credo che la mia scrittura è stata possibile per due qualità, una grande sensibilità linguistica, e una strana intelligenza, pressappoco come dice Vico: Dove è povera la memoria ricca è la fantasia. L’assoluta necessità di tenere a bada l’orrore quotidiano, il bisogno di scendere nel più profondo di me stesso dove alla rinfusa si accumulano gli orrori del quotidiano e ogni tanto intravedo perfino il sorriso d’Iddio e il sorriso di Dio è evidente nei miei due romanzi Palmiro e “Le mitologie di Mary”.
(però su questa cosa dell’epica non mi dici niente. Ti viene dall’aver letto James Joyce, un esule come te, uno che per tutta la vita ha scritto pensando al luogo da dove era andato via? “Le mitologie di Mary” sembra un titolo joyciano. C’entra qualcosa?)
Certamente che ho letto James Joyce, tu lei hai lette le "mitologie di Mary"? Ti sembra che abbia qualcosa a che fare con Joyce? Io ho letto solo la traduzione italiana, conosci tu l'originale? Che le mitologie di Mary assomigli alla traduzione italiana dill'Ulisse mi sembra cosa strana anche perchè le mitologie assomigliano tanto a mia moglie e al sottoscritto e Joyce era un'altra cosa.
7) Quello dello scrittore può essere un mestiere?
Il mio non è un mestiere, la mia scrittura è solo per vocazione, adopero la parola “vocazione” come viene adoperata nell’espressione “vocazione religiosa” lo scrivere mi è indispensabile anche per mantenere un certo equilibrio mentale, tenere a bada il “nemico”, intravedere il sorriso d’Iddio e per concludere cito una mia corta poesia:
ho adoperato tutta la mia intelligenza
solo per scrivere le poesie
per vivere tra voi
è bastato
tutto il mio cretinismo
A proposito d’Iddio faccio spesso questa dichiarazione: Io non credo in Dio e lui che crede in me.
NUOVA DOMANDA: In “Lettera in pubblico”, una sorta di lettera aperta che si trova in internet, tu a un certo punto dici: “Io per vivere ho fatto l'operaio va benissimo di cosa vivono tutti gli altri poeti? Hanno rubano? Assassinano? Che cazzo fanno?” Che volevi dire?
Volevo dire che non si dice mai che Solmi lavorava in banca, che Scataglini lavorava alle poste come ci lavori tu, Ungaretti era insegnate e Montale faceva il giornalista, invece per il Luigi Di Ruscio si dice sempre che fa l'operaio, forse perchè un poeta che fa l'operaio è una stranezza, in fin dei conti siamo tutti strani, non credo proprio di essere una stranezza eccezionale, però un grade scrittore ha scritto che non esiste cosa più strana di una perfetta normalità. Mia moglie invece mi dice spesso che dovrei diventare normale, prendere la cittadinanza norvegese e smettere di scrivere le poesie, ha ragione mia moglie, un norvegese che scrive poesia italiana molto belle sarebbe veramente il colmo dell'assurdo.
NUOVA DOMANDA: Luigi, che pensi della globalizzazione? Anche in Italia questo nuovo ordine economico ha sconvolto completamente l’economia, ci sono interi settori produttivi in crisi, perdita progressiva di posti di lavoro. Pensa che i cinesi hanno già occupato settori produttivi importanti (il tessile, il calzaturiero). E’ un momento di grande crisi. Inoltre nel mondo del lavoro c’è un forte ritorno alla sfruttamento e alla precarizzazione, con contratti sempre più flessibili. Conosci la realtà del lavoro che c’è in Italia?
Sono diventato comunista perchè lessi il Manifesto dei comunisti del 1848 a 14 anni, sono soprattutto internazionalista, la parola d'ordine è "proletari di tutto il mondo unitevi", nota che se gli italiani perdono posti di lavoro i posti di lavoro li guadagnano i cinesi, tu mi domandi se conosco la realtà del lavoro in Italia, io ti domando conosci la realtà del lavoro dei cinesi? Dobbiamo ridiventare forse tutti fascisti? Il manifesto dei comunisti del 1848 è attuale come mai è stato, dobbiamo rileggerlo e meditarlo, abbiamo due strade da poter percorrere, le guerre fratricide oppure la lotta per il socialismo. Invece ho pura che ritorneranno i massacri, il terribile è che l'eccidio di sei milioni di ebrei non segna la fine di un'epoca, ma l'inizio di una epoca terribile tanto da dare ragione a un scrittore norvegese che dice che la fine dell'umanità non sarebbe una tragedia ma solo la fine della tragedia.
NUOVA DOMANDA: Da quanti anni sei un pensionato? Che fai ad Oslo, come si svolgono le tue giornate? In quali ore scrivi? Dopo tanti anni che sentimento provi nei confronti di queste due città, Fermo e Oslo. Che effetto ti fa partire e ritornare?
Sono in pensione dal 1994, sono andato in pensione a 64 anni, ora ne ho 75. Tra Oslo e Fermo non ci sono confronti, vado avanti per realtà separate, non potrei mai fare il traduttore di professione, perfino le frasi più elementari mi diventano intraducibili. Sono stato in Italia per una ventina di giorni, ho letto tutti i giorni i giornali italiani, ritorno ad Oslo e nel giornale più importante nella cronaca nera c'era solo di un ragazzo morso da un cane, c'era anche che verrà pubblicato un libro che riguarda la principessa Marit, niente di drammatico, qui tutto è lineare come nel centro storico di Fermo dove si ha l'impressione che il tempo si è fermato, "il tempo fermato di Fermo", però sotto tutto brulica incessantemente.
NUOVA DOMANDA: Che stai scrivendo?
In questi giorni niente, cioè rispondo alle tue domande, poi dovrò decidere quale documento aprire e continuare. Ho dato un nuovo romanzo a Romano Luperini, vediamo cosa succede.
In questo momento mi viene in mente di invertire le parti, fare io le domande e richiedere a te le risposte, per prima cosa ti domanderei come sta tua mogli che vidi tanti anni fa ed era bella e tranquilla, ora ripenso a Tolstoi, disse che non c'era niente di più tragico di quello che avviene nelle camere da letto. Nella mia camera da letto tutto è stato strano-buffo, non sono mai riuscito a vedere la vagina di mia moglie e giunto a questa età preferisco non vedere più niente. Ora smetto, se dovessi scrivere dell'accavallamento delle idee di questo momento non la finiremo più.
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