Massimo Raffaeli
Fonte:lastampa.it
Luigi Di Ruscio Uno dei nostri maggiori poeti, nato a Fermo nel 1930, operaio autodidatta, emigrato a Oslo: tra i suoi «sostenitori», Quasimodo e Fortini
Non ha nulla del letterato italiano, Luigi Di Ruscio, eppure e’ uno dei nostri maggiori poeti, senz’altro il piu’ singolare quanto al percorso biografico e alla sua dislocazione. Nato a Fermo poco meno di ottant’anni fa, emigrato a Oslo nel ‘57, a lungo operaio metallurgico, Di Ruscio non parla da decenni l’italiano in casa sua ma continua a scriverlo via Internet come per mezzo secolo ha spedito i propri dispacci battendo in solitudine su una Olivetti «lettera 22». Autodidatta, ha trasformato gli evidenti problemi di pronuncia e di ortografia in lapsus d’autore (non dice, infatti «scrivere» ma «iscrivere») e in meravigliose invenzioni linguistiche; ignora, o finge, tutta quanta la letteratura a’ la page ma ha letto i classici, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gramsci, ed Hegel in originale, così come ha tradotto numerose liriche di Ibsen. Non e’ mai entrato nel senso comune della societa’ letteraria, ha sempre avuto pochi lettori però alcuni sceltissimi che l’hanno sostenuto nella clandestinita’, da Franco Fortini a Salvatore Quasimodo, Antonio Porta, Giancarlo Majorino o, da ultimo, Eugenio De Signoribus, Angelo Ferracuti e Andrea Cortellessa. Formatosi in pieno neorealismo, ha firmato una decina di raccolte (da Non possiamo abituarci a morire del ‘53, a Firmum, 1999 e L’Iddio ridente, prefazione di Stefano Verdino, Zona 2008) che si leggono in retrospettiva come parti di un solo poema epico e testimonianza di una ricerca d’avanguardia condotta fuori da qualunque gruppo, in un perfetto assolo. Di Ruscio non distingue nemmeno fra poesia e prosa limitandosi ad affermare che la prima va per le corte e la seconda, invece, per le lunghe. La prosa, per lui, non e’ altro che la dilatazione o la propagazione della poesia, di cui mantiene l’incandescenza ritmica e l’assetto frontale, iterativo e percussivo. Lo dimostra ora l’uscita di CRISTI POLVERIZZATI che richiama la prosa di almeno due libri precedenti, Palmiro (Il lavoro editoriale 1986, poi Baldini & Castoldi ‘96) e L’allucinazione (Cattedrale 2008). Non si tratta di romanzi ma di memoriali autobiografici stravolti nello spazio-tempo, plasmati con furia espressionista: tema elettivo, o meglio esclusivo, e’ la sopravvivenza a questo mondo della persona di Luigi Di Ruscio (in un Bildungsroman picaresco dove il protagonista deve superare enormi ostacoli di Storia e Natura) cui corrisponde, in parallelo, la genesi o il senso della sua stessa poesia. Scrive, in apertura: «Ero immerso nelle acque fetali, sono immerso in questa acqua sociale». Complice della propria materia (in CRISTI POLVERIZZATI siamo a Fermo tra gli anni quaranta e cinquanta, prima della fuga a Oslo), lo sguardo di Di Ruscio comporta tuttavia uno straniamento primordiale, perche’ viene portato da fuori e da sotto, vale a dire dall’indigenza economica e dalla subalternita’ di classe. Il ragazzino sudicio che il maestro fascista mette all’ultimo banco vede il mondo come non puo’ vederlo nessun altro, cogliendo la propria esclusione nell’evidenza di un fenomeno naturale; allo stesso modo, l’adolescente disoccupato che nel primo dopoguerra si iscrive al Pci di Palmiro Togliatti conosce un’ulteriore e duplice esclusione: le persone perbene, in paese, lo ritengono un rosso, un sovversivo e un senzadio, mentre i compagni di sezione pensano che sia un poeta blasfemo, un estremista e insomma un anarchico. CRISTI POLVERIZZATI, afferma Emanuele Zinato in uno dei contributi allegati, racconta nient’altro che «la lotta tra la disperata vitalita’ del protagonista e l’insieme delle pratiche di dominio». Ovunque si volga, il giovane protagonista vede paramenti religiosi, crocifissi che si moltiplicano, ora come allora, nel mercimonio e in sordide transazioni. Ma la sua fuga dai quei simboli, i gesti sarcastici con cui li polverizza sono comunque irreligiosi solo nella misura in cui la religione, il fasto liturgico, e’ sinonimo di potere, di ogni potere, e della relativa dogmatica: ha scritto di recente in una poesia che, per troppi individui, Iddio e’ soltanto l’idealizzazione di un Padrone. Per parte sua, colui che chiama «belve religiose» gli uomini di potere ha la sola religione dell’essere al mondo («mi portavo dietro odori di erbe e di terre» ) e del sentire consanguinei gli esseri umani come tali, sempre a rischio di emarginazione, di sfruttamento e, in un mondo armato fino ai denti, ormai di fisica liquidazione. Il lettore che si immerge nel flusso travolgente della sua prosa/poesia sente subito che Luigi Di Ruscio e’ compagno dell’anonimo autore dei Fioretti francescani, di Bohumil Hrabal, di un Ce’line disinfettato dal rancore o del buon soldato vejk, terribilmente candido e dunque micidiale. Chiunque lo legga, avverte che la sua intelligenza delle cose e’ incapace di sublimazione o di ideologia proprio perche’ aderisce fino in fondo al nostro essere qui-e-ora: ed e’ l’intelligenza integrale del corpo da cui scaturisce, per amore di verita’, il suo riso straziante.
|
|
|