Stefano Verdino
"LUIGI DI RUSCIO"
In ISTMI (tracce di vita poetica) 7 -8, 2000

Per vari anni Luigi Di Ruscio è stato, nella vulgata di chi si occupa di letteratura, il poeta operaio e "alternativo" ai prodotti di una cultura borghese. Alla protesta sociale e antiautoritaria, in specie politica e religiosa, è stato strettamente connesso il suo dire. Giustamente. Ma credo che l'aver esibito soprattutto, in sede critica, il lato già più scoperto e palese della poesia di Di Ruscio, ci abbia un poco velato la vista a quanto di meno evidente e tuttavia "fondamentale" vi sia nella medesima.
Peraltro già Quasimodo, nella prefazione nel 1966 Le streghe s'arrotano le dentiere, in un decisivo passaggio, ci avvertiva di una messa in gioco assai complessa di questi testi:

Le poesie di Luigi Di Ruscio sono nell'angoscia di un crescendo della simbolica mania di persecuzione dell'autore, che non ama distrarsi per selezionare una bella pagina da auditorium. Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare della forma, nei suoi versi, viene da una rigorosa ragione di contenuto. E la friabile avventura di afferrare e di prendere, di sfuggire e di essere preso, di arrivare e di partire, l'incertezza che viene non solo dalle speranze-delusioni nella battaglia di classe ma dal destino particolare e, dicevamo, costantemente in bilico tra la ricerca concreta delle virtù materiali, cioè delle cause storiche e civili del dolore, e una sfiducia fantastica, come un ronzio dell'anima che dalle zone più segrete della psiche viene in superficie, assordante, come un dubbio che sfoca il profilo della quotidiana "partita". 1)

Questa sorta di distonia o doppio livello e quanto occorre meglio indagare nella poesia di Di Ruscio, anche nei testi più aperti ed immediati. Ed ora abbiamo la possibilità di una rilettura d'assieme grazie alla recente raccolta del corpus poetico di Di Ruscio, con il titolo Firmum (peQuod, Ancona 1999, pp. l54): quasi cinquant'anni di poesia sono qui raccolti, in un volume che ci rivela la stoffa di un notevole poeta, senz'altri aggettivi o specificazioni.
Anche nel più inequivoco Di Ruscio neorealista degli esordi, di Non possiamo abituarci a morire (1953), va ricordato che la scelta dominante per una oggettività referenziale di "umiliati e offesi", piuttosto che per una coralità (decisamente minoritaria di frequenza), è connessa con una complessa dinamica di partecipazione-differenza dell'io del poeta. Se ne vedano due esempi: in Per colazione hanno acqua e pane la cronaca della stentata vita dei cavatori divarica la serenità dei medesimi con la malinconia dell'autore ("a mezzogiorno mettono nel brodo d'erbe / il solito pane nero / al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia / per loro è bello tornarsene a casa ridendo / sedersi in famiglia giocare con i figli / dopo dieci ore di lavoro sulla pietra"); in Faceva l'infermiera la cronaca della desolata vecchia infermiera ubriacona, che fu quasi una tata a Di Ruscio, si chiude con un'esasperata attestazione d'innocenza contro l'affettuosa colpevolizzazione della vecchia donna:

soffre a vedermi senza nulla
vorrebbe avere i miei figli
per ricominciare come fossero suoi
ma la colpa non è mia se sono nato male
la colpa non è mia di nulla.

E' evidente che accanto al rendiconto della vita dura dei poveri del Piceno del dopoguerra vi sia un livello di inquietudine della coscienza (malinconia, dichiarazione di innocenza) che si dibatte, per chiarire a se i margini del paradosso del vive 2). La sofferenza e l'innocenza sgorgano dalla lirica sopra citata, ma questo, per Di Ruscio, è scandalo, perché non vi è giustificazione e la sofferenza come frutto di colpevolezza, che una certa educazione cattolica ha ammaestrato, risulta del tutto introvabile.
Sul suo marxismo, formidabile strumento di lotta, fin da subito si installa un interrogativo di tipo radicale, sulla mancata motivazione della vita agli occhi dell'uomo come a quelli di un Dio smemorato: "perché sono nato non sta scritto in nessuna stella / neppure Dio lo ricorda". E' in sostanza un quadro di disarmonia prestabilita che si affaccia all'osservazione del giovane Di Ruscio, testimone della propria ed altrui fatica materiale di vivere, ma anche di una inesplicabilità a monte, che costituisce - credo - la sorgente prima della sua oltranza espressiva, della sua tendenza a scandire con nitidezza spietata le diverse faticose storie umane, messe in chiaro e a nudo nella loro implicita ingiustizia. L'ingiustizia per la pena di vivere, poi, appare ancor più intollerabile poiché invece è possibile osservare il meraviglioso nella fragranza di alcuni istanti, in cui pare irradiarsi una plenitudine beatifica connessa con la maestà della bellezza dei corpi:

il semaforo segna rosso
sulla costruzione sospeso come un dio
e le biciclette volano con in groppa le donne
dagli occhi di tutti i colori
col viso più forte della morte
gente che assapora i giorni
e quel rosso nel viso ha più luce del sole.

In questa notevole poesia giovanile non dimentichiamo comunque che l'epifania della bellezza non porta grazia ma agonismo, e perno di lotta contro la morte (anche qui evocata), mentre, d'altra parte, i termini neorealistici del dire si declinano con tratti ossessivi (le varie possibilità del rosso), che preludono ad un avvio di destrutturazione del testo, di sua crescita di complessità, nel più libero intreccio dei livelli diversi del senso e dei livelli diversi del codice espressivo. 3)
A partire dalle Streghe infatti l'impianto di cronaca cede all'osmosi, con relativa discontinuità, tra piano reale, sua dilatazione ossessiva e spinta all'allegoria ovvero al margine onirico. Ne fa fede, in Firmum, la poesia dirimpettaia della precedente:

sotto l'intonaco dovevano esserci sterminati nidi d'insetti
capsule di materia polvere viva
nidificavano i pedocchi nei capelli corvini
la poesia brulicava come brulicavano le radici delle erbe
in quella camera brulicante di materia viva
scrissi tutto il mio neorealismo
e sognandomela sognai anche questo verso
ritornavano dal lavoro sino alla morte

Nelle poesie successive resistono ancora margini lineari per cui è possibile rubricare una serie di testimonianze di vite di persone, altre a carattere autobiografico, o di memoria o di confessione, mentre d'altra parte cominciano a sgranarsi anche testi a regime onirico-sentenzioso, assai suggestivi per la discontinuità del discorso, spesso con salti da verso a verso, quasi a esibire nel proprio dire totale e impetuoso le ferite del silenzio e dell'inesplicato, che tende a divaricare i singoli versi dal loro più naturale deflusso:

mentre la pioggia a diluvio annega il mondo
un odore azotato pulito e la cosa non si esprime
quelle nuvole nere che improvvisamente precipitano
una zanzara attraversa queste lettere bagnate
s'appantana tra i neri inchiostri

Qui la poesia di Di Ruscio diventa davvero cospicua perché costruisce una sua personale stilistica, dissestata e dissonante, perfettamente calzante con la propria verità tematica, che già abbiamo individuato. Per quanto convulso infatti il testo è chiarissimo nel porsi come denuncia, gridata e mutilata, a un tempo (non "ore rotundo", quindi) di un irredimibile negativo, che qui veste l'immagine genetica del diluvio-precipizio.
Quest'immagine, archetipo di molti poeti (si pensi al Canto del destino di Holderlin e alla sua meravigliosa interpretazione musicale di Brahms), è vissuta con felice e personale ossessione da Di Ruscio, in un moltiplicato processo di dissoluzione, che non è una vanificazione, ma uno schiantarsi violento:

l'insensato correre a precipizio di tutte le cose
infilare la carta nei carrello di questa macchina da scrivere
uno scrivere che sembra abbia per scopo
solo la logorazione di questa olivetti
schiantare su questa macchina o su quell'altra del reparto
schiantare nei precipizio di tutte le cose

Questi versi servono anche ad introdurci in un altro discorso: l'aspetto metapoetico di molta della più recente poesia di Di Ruscio, che spesso pone l'accento su se stesso scrivente come certificazione di esistenza e bisogno corporeo di identità per autolegittimare il proprio dire e il suo molo. Al proposito vale la pena di citare per intero una poesia assai bella, che dalla sconfitta del proprio comunismo si snoda ad una più fonda confessione della propria poesia:

forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se mi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
i tuoi piedi che ancora non hanno toccato la terra
e questo verso potrai adoperarlo
per una divinità ancora non incarnata
nonostante tutto incarnato come ero

"ho messo carta davanti alla belva", con estrema sintesi, il verso ci mette davanti tutta l'urgenza della scrittura di Di Ruscio, e quanto alla "belva", un po' come nell'ultimo Caproni, essa sembra l'emblema del principio che divora o consuma la vita e le sue forme. Tutta la poesia esibisce la consumazione della propria vita, delle proprie ideologie e speranze, ma anche nella sopravvivenza frammentaria ("solo un verso", appunto) della poesia, un verso oltretutto utilizzabile in futuro per un inizio ed un inizio connesso al divino. Dio, sappiamo bene, compare frequentemente, presso Di Ruscio. Vi sono tratti anticlericali, ma sono decisamente più interessanti gli aspetti della blasfemia, di caustica irrisione, geniale nella sua formulazione:

ti auguro una felice pasqua
mangerai la carne e il sangue
di nostro signor Gesù
e speriamo che qualche
osso rimasto non ti strozzi

Ma tanta violenza ha senso ed è autentica, per lo scacco che da sempre e continuamente Di Ruscio patisce nei confronti del divino, dell'inesistente" come viene detto in uno degli inediti qui accolti: in una poesia esigente la verità come la sua, assolutamente frontale e universale (come ha ben sottolineato di recente Andrea Inglese), è chiaro che il fondale di un assoluto, comunque (il tutto, il niente), viene sempre preso in considerazione. Vi è così un nucleo di sacro e di fondamentale, evidente nelle zone più bruniane (ispirate dal panteismo di Giordano Bruno, su cui si sofferma Inglese), ma vissute sempre con indomito agonismo, tra vanità e totalità:

per testimoniare che siamo vivi lascio tracce alfabetiche
il rito è eseguito a chiesa vuota davanti al niente e all'ignoto
cerco di scalfire pietra durissima che niente riuscirà a scalfire
cercando di penetrare l'impenetrabile provoco solo l'irrisione
di chi spia il rito dal buco della serratura
battezzare con questi verbi il niente e l'ignoto
l'universo è tanto infinito che può contenere una infinità di nuovi universi
e nessuna cosa è tanto piccola da non poterne togliere ancora una parte
ed è tutto come il niente

Di Ruscio è naturalmente troppo disincantato dall'avere fede piena in quanto pure vede di sacro e di rito nell'operazione linguistica del poeta; glielo impediscono, a buon diritto i margini sociali e civili del suo dire, espressi con amara ironia sulla magia del poeta nel trionfo capitalistico dell'oggi:

il poeta rischia di diventare un mago che placa l'orrore della fine
ora che con la fine dei socialismi reali sappiamo
che questo mondo d'occidente è il migliore dei mondi possibili
noi che riuscimmo ad assistere imperterriti alla fine della speranza nostra

Non c'è consolazione. E allora? Vi è solo una chiarezza che procede dalla poesia man mano che si approssima, nel cumulo del precipitare, "lo spappo finale" ("e nel Sogno dell'ultimo volo la poesia sarà vista sempre più chiaramente sino allo spappo finale"). Ed è il paesaggio (norvegese?), con il suo gelo, a suggerire una splendida emblematica (molto leopardiana) dell'ostinato persistere e rinascere della vita, attraverso le forme prime e minime delle fioriture, nell'incessante paradosso (od ossimoro) dello splendore delle forme, calate ab initio nel loro destino di morte:

quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l'estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata da morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente
vivi con la gola serrata dalla morte

1) Ora in L. Di Ruscio, Firmum 1953-1999. Con le testimonianze di Franco Fortini e Salvatore Quasimodo, peQuod, Ancona 1999, p.152.

2) Stilisticamente la misura del paradosso si e spesso calata nell'ossimoro, figura che percorre di frequente i testi di Di Ruscio e che ha anche una sua voce metapoetica: "la realtà produce ossimori come un alveare produce il miele \essendo la realtà una fabbrica instancabile di verbi \ perché l'illusione dell'appropriazione sia possibile".

3) Franco Fortini, nella premessa al primo libro di Di Ruscio rimarcava la qualità formale di questa poesia. In effetti Di Ruscio negli anni, fedele a se stesso, ha saputo costruire un verso originale. Metricamente anarchico e atonico, pausato da una cadenza o da una disconnessione del dire, utilizza poi uno splendido gergo dove - soprattutto nelle poesie più recenti e mature - si annodano espressioni di piana denotazione a connotazioni culte a geniali invenzioni del lessico, con mutuazioni dal dialetto. Eccone un minimo campionario: "un figlio ancora infasciato", "le vite hanno i pampini scoppati", "nell'acqua appantanata", "santi spadati", "trovavo bellissimi sconci", "gli dicono di smettersela", "nel tripudio dell'erbe murane", "in maniera sprocedata", "catturatore di rane", "gambe voltaiche", "le stille di sangue / spase", "colpirà a mastellate i vetri", "spappo finale", "attenebrato". Ne mancano le deformazioni semantiche: "conosce la carne alle feste raccomandate", "la palpitazione dei nuovi eventi", "mi addento nelle tenebre".