Fabrizio Venerandi
L'ultima raccolta (Piero Manni editore, 2002)

Un libro di prosa e poesia questo di Luigi di Ruscio, dove versi e pezzi in prosa si alternano, raccontando alla fine le medesime cose: cronache di una sopravvivenza della dignità dell'uomo, sommerso dal vociare continuo dei padroni e delle loro bestie. "Mi dissero anche che nella prosa sottoscritta c'è molta poesia e nelle poesie moltissima prosa facendo una confusione della madonna sui generi letterari" dice l'autore stando di fatto al di sopra dei generi e marcando con una personalissima scrittura un italiano storpiato da significativi neologismi: i preti diventano 'figli di tuttane', i cattolici sono gattolici, e il poeta stesso è accusato di essere diventato 'Kumenico'.
Le tematiche delle poesie di Di Ruscio partono sia dal politico, sia dalla propria storia personale, utilizzata come metro di paragone per considerare quella del mondo. Una poesia impegnata, ma distante tanto da un improbabile neorealismo, tanto da una scelta di neo-neoavanguardia.
Di Ruscio guarda indietro, alla sua storia, al padre che nell'atto di dargli un calcio becca uno spigolo con le tenere pantofole, e per mesi zoppica stramaledicendo "tutte le poesie che bene o male ero riuscito a scrivere". Ma questo voltarsi serve a Di Ruscio per considerare il  mondo di oggi, un quotidiano mediatico che il di Ruscio 'monta', come un blob letterario, dove titoli di giornale, spezzoni televisivi, ricordi e considerazioni si appilano per un quadro apocalittico che apocalittico non è. Pare quasi che il Di Ruscio scelga un tempo infinito, per rappresentare "il lurido spettacolo al presente", come d'altronde fa il creatore chiamato in un passo a punire gli ebrei:

"... ebrei incazzatissimi contro i palestini perché li avevano costretti a diventare un popolo di assassini (...). L'olocausto è possiamo anche immaginarlo come la punizione per tutto quello che hanno fatto ai palestinesi nel padreterno non c'è un prima o un dopo tutto è un lurido spettacolo al presente (....)"

La scrittura del Di Ruscio  si aggancia per coordinate sgrammaticali, nascendo e rinascendo nel testo, riscrivendo e ripetendo cose già scritte, come appunti e lettere personali, ma scritte per essere lette da ogni essere umano possa incappare nella sua scrittura: quasi un blog ante-litteram questo di Di Ruscio, dove la tragedia umana viene messa in scena come se si trattasse di un teatrino comico.
Tutta la scrittura del Di Ruscio è piena di questa ironia che nasce dall'errore della grammatica e dall'orrore del mondo, ed è un abbassamento di linguaggio che non risparmia niente, dagli editori alla morte, da Dio all'amore, con incipit che -proprio per la loro "aliricità"- colpiscono con schiettezza e immediatezza poetica:  della moglie, ad esempio, scrive il di Ruscio:

"appena la vidi promisi che tutta la mia produzione di sperma/
sarà dedicato a sta scema (...)"

Un ultima raccolta di un poeta che ha ancora moltissimo da scrivere (e da pubblicare), che si rammarica della morte per quello che gli impedirà di non scrivere e di non dire. "Bisognerà -confida il Di Ruscio- che trovi un medico di poca fantasia, non vorrei essere curato da malattie del tutto immaginarie con medicine che ammazzano veramente. Bisognerà far durare il sottoscritto nostro se si vuole che la serie di romanzi palmirici e borici siano portati  a termine (...)".

Speriamo che Di Ruscio abbia trovato un buon medico, perchè la narrativa italiana ha bisogno di scrittori che durano così bene.

Fabrizio Venerandi