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Sebastiano Vassalli
LO “STIL NUOVO” ARRIVA DA OSLO
"l'Unità" del 21 agosto 1980-
Intervenendo su un quotidiano a proposito del secondo Festival internazionale dei poeti, lo scrittore Renzo Paris avanza un'ipotesi particolarmente suggestiva di “stil nuovo” da mettere anzitutto in rapporto con il pieno dispiegarsi di una lingua - la lingua italiana appunto - che per la prima volta nella sua storia nazionale è veramente parlata. Seguendo questa ipotesi, molto più seria e accettabile rispetto a quella di un semplicistico e ormai abusato "riflusso" direi che si riesce a cogliere meglio con maggior immediatezza il significato di presenze che ancora in anni recenti la critica si ostinava a giudicare eccentriche e che ora invece si manifestano con una loro forza di centralità.
Esemplare in questo senso è il caso di Luigi Di Ruscio cinquantenne marchigiano operaio in una fabbrica di Oslo con tre raccolte già pubblicate alle spalle e avalli prestigiosi di Franco Fortini e di Salvatore Quasimodo. Ma le circostanze che hanno permesso a Di Ruscio di uscire dalla cerchia delle edizioni numerate per proporsi all'attenzione di un pubblico più vasto sono recentissime e tutte interne alla logica "stilnovista" di questo primo scorcio degli anni Ottanta.
In sostanza, credo che la poesia di Di Ruscio si sia imposta per il suo singolare e vitalissimo impasto di lingua letteraria e dialetto, per le sue caratteristiche di organismo linguistico inarrestabile che tutta divora e tutto può assimilare, dalla citazione dotta all'articolo di giornale, alla bestemmia. Se quello che la poesia italiana sta vivendo è veramente uno "stil novo", Di Ruscio è il suo Jacopone e si serve della poesia per vivere un rapporto altrimenti impossibile con la cultura originaria e con la patria matrigna attraverso la carta scritta e stampata.
Ecco, al centro della poetica di Di Ruscio ci sono certamente i temi del distacco e della riappropriazione attraverso il linguaggio: linguaggio dell'infanzia, linguaggio dei media, almeno come elementi scatenati, anche se poi l'invettiva si allarga circolarmente, a raggiera, sino ad investire nel linguaggio stesso ciò che lo produce e lo usa, la società capitalistica "lurida e cannibalesca" e non solo: la letteratura e l'arte che la servono, il comunismo che non la contrasta con sufficiente efficacia. Siamo in presenza di un furore "eretico" che non viene meno né alle regole dell'autoaccusa: in queste poesie tutti i reati sono rintracciabili né alla profezia della città, anzi della "festa" futura: pubblico questa raccolta perché credo di aver seminato nelle mie poesie i segnali della nostra festa…
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