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Flavio Santi
Atelier 19 (settembre 2000)
Luigi Di Ruscio, Firmum. 1953-1999, Ancona, PeQuod, 1999
Ecco un poeta di cui farsi seguaci. Con la forza tragica e grottesca della mosca bianca. Ecco un ideale contraltare al nostro lirismo feriale e viscido. Ed ecco un mistero. Di Ruscio è colpevolmente dimenticato. Si dice che i poeti in circolazione sono troppi e che non ci si può ricordare di tutti. Bene. Se però affondiamo le mani nella Cucchi-Giovanardi (il nostro salvacondotto, il nostro bastimento per le isole felici) e peschiamo, tiriamo fuori anche dei ghiozzi: perché Alberto Bevilacqua, per esempio? E perché no Di Ruscio? Che è l’emblema di un’intera generazione e di un periodo storicamente importante, l’Italia del primo boom economico e dell’industrializzazione, che la prosa soprattutto (Ottieri, Testori, Volponi, Arpino) ha saputo raccontare, ma poco la poesia.
Capendo questo, Walter Siti (in Il neorealismo nella poesia italiana. 1941-1956, Torino, Einaudi, 1980) si era accorto di lui valorizzandone l’opera. Già prima si erano avvisati Fortini e Quasimodo. Ma anche Majorino e De Signoribus. Nomi che pesano, garanti importanti che Di Ruscio non ha mai deluso. Invece la vittima è lui, vittima dell’illusione del lettore, o piuttosto, del non-lettore. Prima illuso dalla fabbrica («La potenza di che inviti si cerchia», ah Sereni), poi dal lettore, o meglio, visto che non ci sono lettori di poesia innocenti, dalla critica. Se un romanziere può contare, a mali estremi, sul pubblico, il pubblico della poesia (Cordelli&Berardinelli) ha contorni lattescenti e scribacchini (sono professori universitari, critici, e altri poeti). L’ombrellone sulla spiaggia protegge Giorgio Bocca, non certo Di Ruscio. Se quindi non si può contare su un pubblico che sia uno, il destino è macerante.
A lottare rimane questo libro odissiaco. Che si può leggere come un viaggio, un unico poemetto scandito in lasse numerate progressivamente fino a 131. «La poesia come illuminazione non è possibile / se non siamo tutti attenebrati»: ovvero, per dirla con Siti, «la dialettica tra conoscere e trasformare è bloccata in un ingorgo, in una scissione». E per ridirla con Di Ruscio: «non indegnamente mi addento nelle tenebre». Questa scissione può manifestarsi nel lapsus: qui addento/addentro. Altrove sarà «frecato» per fregato, «spase» per sparse. Il lapsus segna una incapacità a essere parallelo alla vita. In fondo, e lo notava già Siti, se il punto di partenza e di propulsione era la fabbrica, in breve tempo è il mondo ad essere diventato la fabbrica; così, se le dinamiche della fabbrica hanno invaso la vita sociale e civile, il “poeta operaio” è pronto (e magari il solo) a interpretarla: anche Dio è di ferro, ha «la testa esagonale della vite» e appartiene agli «idoli di plastica». Infatti: «immagino che posso scrivere le poesie come fossi ancora nel 1953».
Dicevo libro odissiaco, e l’autore si dice Ulisse-Nessuno (p. 138), in un itinerario dove «l’utopia è morta», «i campi di sterminio non furono la fine di un’epoca ma l’inizio dell’epoca nostra» e perciò «il nostro eroe ad imparare a vivere non ci ha provato nemmeno». Libro sapienziale ed enciclopedico, pieno del dolore dei pensieri e delle sentenze: «sto a pentirmi dei peccati che non ho commesso», «nessuno era quello che si credeva di essere», «l’uomo discende dalle scimmie o dai maiali». Poesie di chi non crede più a niente («questo inferno per noi»), tanto meno alla poesia: poesie scritte come in trance, «ogni segno è diventato un drago». Una trance durata una vita: «sempre più chiaramente sino allo spappo finale».
Di Ruscio dice «pedocchi», «corce», «frecare», «trozzi», «dies irae dies illa che lu diavulu te sbrilla» ma anche «battìo», «spadati», «infasciato», «appantanata»: ha un lessico camaleontico, fra arcaismi, preziosimi e tessere vernacole, con versi a lunga gittata (venti sillabe e più). E ha una poesia di cose: un modello può essere Pavese, in virtù del verso lungo e narrativo, ma non solo, anche per una crepitante malinconia della decadenza e della fine («amministro la mia fine»). Tra i maestri anche la linea russa, con Majakovskij, Esenin, Evtuscenko; e poi Allen Ginsberg, Pasolini; si vorrebbe dire Dante, se fossimo più spavaldi e menefreghisti, Dante per il sangue e la tempra, il vino di Dante in un paese annacquato dal placebo del Petrarca. (Domanda: nel Novecento quali poeti “danteschi” possiamo ricordare? veramente pochi: Clemente Rebora, l’Eusebio, Amelia Rosselli, tutto il resto è petrarchismo. Intendiamo Dante là dove il verbo è anteriore ma perfettamente conseguente al sentimento, Petrarca lì dove il verbo è posteriore a qualsiasi senso).
Di Ruscio oppone uno scialo e un’esuberanza di oggetti e di situazioni, una poesia piena, mimetica, referenziale. Ma dev’essere il rigoglio della pianta grassa, che assorbe acqua e sostanze nutritive in quantità esagerate per mantenere una scorza ruvida e intransigente: perché l’effetto è proprio questo, di un protestantesimo dei sentimenti, si percepisce la missione andata in fumo, il progetto naufragato e virilmente sostenuto e la fermezza degli intenti che sfumano sempre più fino a coincidere con la sconfitta, col negativo. Così la poesia è un campo di battaglia dove la vittoria è l’egemonia del fallimento. Ogni giorno timbriamo il cartellino.
Flavio Santi
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