Salvatore Quasimodo 1966
Introduzione a "LE STREGE SI ARROTANO LE DENTIERE"
Napoli, Marotta, 1966

Ciò che sorprende di più in questa antologia è la facilità con la quale i concetti "d'eccezione" vengono gettati sul foglio, quasi secondo una spinta nativa che costringe lo scrittore a "inventare" ogni momento la sua esistenza, la poesia. Quando il linguaggio, attraverso la costruzione aggrovigliata delle frasi e delle parole (messe insieme spesso con la metodica fatica con cui si dispongono i mattoni), sfugge al controllo del poeta e va contro le leggi inevitabili del discorso, egli riprende con violenza il timone dal vortice della sua volontà. Un autore che potrebbe apparire di una vena disperata anche a una lettura non molto superficiale, quasi avvolto nella toga del maudits o dei più tenui scapigliati, perfino sulle tracce di un futurismo majakovskijano. Luigi Di Ruscio è però al di qua di una patologia scolastica, sebbene cada anche oltre l'autolesionismo privato. Tentare forse di lui una scheda secondo l'origine marchigiana? La regione ci porterebbe agli inganni, soprattutto di memoria e di lettura, che giocano intorno a impossibili discendenze illustri. Di Ruscio è di un dolore antifilosofico, quasi disumano nella nervatura delle emozioni che non chiedono riconoscimenti universali nemmeno nel nome di una purezza lirica.
Il Di Ruscio è uomo d'avanguardia nel senso positivo, cioè della fede nell'attualità e per la violenza del discorso. La follia non è in lui un'accademia che inaridisce l'ispirazione nel bunker dei versi premeditati. Un nome non completamente ignoto - ha vinto un premio nel 1953 - che ci appare tuttavia nuovo sul piano creativo, sia per quanto riguarda le vibrazioni interne sia per l'architettura esterna del materiale poetico. Gli anni che dividono la prima orbita di Luigi Di Ruscio nella galassia letteraria dalla presenza di questo volume potevano essere un freno alla voce del marchigiano se egli avesse tentato di liberarsi dai difetti di autodidatta appoggiandosi alla lezione dei contemporanei collaudati in poetiche. Evita invece l'errore dell'imitazione per riproporci intatti il bene e il male dello scheletro particolare dello scheletro della sua opera.

Sfogliando le ore, gli attimi, di una collera esistenziale si avvicina come un uomo che non conosca i mutamenti, il peggiore nemico è il migliore fratello, il sacrificante biblico di animali che si scontra con il tempo delle macchine: la macchina è l'anima nostra. E nella sua circostanza di spazio c'è la stessa porzione di materia che esprime il destino degli uomini come animali, l'ipotesi o la certezza che il lavoro sia una "penitenza" solo per coloro che non hanno avuto occasione di peccare e che non avrebbero quindi necessità di riscatto.
Le poesie di Luigi Di Ruscio sono nell'angoscia di un crescendo della simbolica mania di persecuzione dell'autore che non ama distrarsi per selezionare una bella pagina da auditorium. Al marchigiano non importa niente che lo si legga o no; il ritmo sordo e perpendicolare nella forma, nei suoi versi viene da una rigorosa ragione di contenuto.

E la friabile avventura di afferrare e di prendere, di sfuggire e di essere preso, di arrivare e di partire, l'incertezza che viene non solo dalle speranze-delusioni nella battaglia di classe ma dal destino particolare è, dicevamo, costantemente in bilico tra la ricerca concreta delle virtù materiali, cioè delle cause storiche e civili del dolore, e una sfiducia fantastica, come un ronzio dell'anima che dalle zone più segrete della psiche viene in superficie, assordante, come un dubbio che sfoca il profilo della quotidiana "partita". Il contatto con il mondo extranaturale di eredità preistorica, la paura dei mostri, diventa argomento essenziale per Luigi Di Ruscio nella lirica Sopra la fontana del palazzo arcivescovile. Ma il sensuale piacere prodotto da una calma fisica come può esserlo il rumore dell'acqua - l'accordo con la natura favorevole riporta il poeta al suo impegno sociale e l'immagine fantasma si rompe nella fontana. Essere quindi come si è e non come si vorrebbe essere; riprendono le accuse, le scomuniche, le invettive, le diaboliche serrature ricominciano a scattare.