Antonio Porta
UNA PALLA DI NEVE ALL'INFERNO
"Corriere della sera" domenica 11 maggio 1979

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo nel 1930 e da circa venticinque anni vive in Norvegia, dove lavora come operaio in un'industria siderurgica di 0slo. Ha preso piena coscienza della propria volontà di poesia partecipando ai convegni di giovani poeti organizzati da Lucio Lombardi Radice. Erano gli anni in cui la rivista Momenti cui Di Ruscio collaborò assiduamente, indicava con forza ai poeti nuovi la strada dell'impegno sociale e del rifiuto dei linguaggi letterari. Ma si sa quante bugie contengono le dichiarazioni di poetica: infatti Di Ruscio ha esordito nel 1952 con una raccolta di poesie. “Non possiamo abituarci a morire” (Editore Schwarz, prefazione di Franco Fortini) in cui il linguaggio letterario resiste felicemente agli assalti della cronaca e della storia, affermandosi con una limpidezza e insieme un'arguzia di dettato che testimoniano a favore di una capacità di dire quasi mai inquinata dalla retorica neorealista. Dalla poetica neorealista ha invece saputo prendere il meglio: la rapidità della scrittura e l'assenza di indugi, e anche la forza nella lotta che non lo abbandona mai.

Nel 1966 è uscita, presso l'editore Marotta, la seconda raccolta, "Le streghe s'arrotano le dentiere", con prefazione di Salvatore Quasimodo. Nonostante tali autorevoli e partecipi segnalazioni, con molta ragione Giancarlo Majorino è stato costretto a scrivere, nella discussa ma utilissima rassegna di poesia dal '45 al '75, “Poesie e realtà” (Editore Savelli, 1977), che la poesia di Di Ruscio è "sconosciuta o quasi ma intensissima…”.Ora siamo al terzo libro "Apprendistati" e si ha l'impressione che l'occultamento di un poeta, che non si può esitare a definire di primissimo piano, continui.

È curioso dover osservare che anche nello svilupparsi della scrittura poetica, intesa anche come opera "collettiva", compiuta insieme dai poeti e dai lettori attivi, siano cosi spesso presenti fenomeni che è giocoforza chiamare di "rimozione". Viene subito in mente un caso ormai divenuto famoso: l'occultamento del primo manoscritto di poesie di Dino Campana, che Soffici e Papini «dimenticarono» in un baule e dichiararono perduto.
"Apprendistati" è una riuscita, sotto tutti gli aspetti, e le 53 poesie che lo compongono hanno trovato un ritmo battente e articolato al punto che Di Ruscio riesce a adeguarlo alla velocità delle sue associazioni e combinazioni di immagini con tenaci concetti di rivolta. Di Ruscio è una talpa che continua a scavare e la sua macchina macina-parole funziona a pieno regime grazie a un sistema di verbi che ribadiscono, verso dopo verso, la necessità della presenza centrale di un io capace di interagire con il "farsi e disfarsi" della storia del nostro tempo. Al posto della disperazione vi è il senso del comico, invece delle sintesi e dei dogmi c'è l'incalzare delle domande.

"Non abbiamo più speranza, di una palla di neve all'inferno" scrive Di Ruscio, citando Joyce, e anche: “la parola fa pensare allo sfrigolio del grasso nel fuoco”, sempre da Joyce. E si capisce che vuole significarci una volontà di resistenza a tutti i costi. Finché c'è fuoco e grasso, e sfrigolii, dunque il processo della storia non si è arrestato, c'è speranza, ci siamo ancora: con la poesia, con i verbi del nostro agire. La palla di neve seguita a riformarsi.