Generoso Picone
QUESTO PARTITO E’ DIVENTATO UN ROMANZO
Sul IL MATTINO, 8 aprile 1986

Qualsiasi cosa è tutta l'opposto di quello che sembra. E adoperando la definizione di Hegel come estetica si entra dentro un grande casino. "Credevano proprio che fosse il sole a tramontare invece tramontavamo noi, noi tramontiamo e ci capovolgiamo e i comunisti che lavoravano per un mondo nuovo riuscivano solo a fare i funerali più grandi del mondo quando era da immaginarsi tutto l'opposto, non i funerali con le estreme unzioni, ma i battesimi, le cresime e le prime comunioni".

Per dire del primo romanzo di Luigi Di Ruscio, primo, ma non conviene chiamarlo d'esordio, perché il tipo ha già una densa carriera di lettere alle spalle, si potrebbe leggere questo brandello dell'introduzione e guardare la bella foto dei due pugili in copertina. Palmiro, ovvero la storia di una frequentazione più passionale che politica in un partito, raccontata secondo l'epica del militante di provincia con effetti picareschi ed esilaranti per ambientazione e scrittura. La narra quell'uomo ormai maturo che ventitreenne nel 1953 pubblicò la raccolta di poesie “Non possiamo abituarci a morire” e fu accolto da Franco Fortini con accenti d'entusiasmo non cerimoniale.

Luigi Di Ruscio ha cinquantasei anni, trenta campati ad Oslo a fare l'operaio e contemporaneamente meritarsi la definizione “un poeta che tira fili d'acciaio” da parte della critica norvegese. In Italia di lui hanno parlato bene anche Salvalore Quasimodo, Giancarlo Majorino, Sabastiano Vassalli e Italo Calvino ed Antonio Porta, autore della post-prefazione al Palmiro. Tanto non deve essere però bastato, se Di Ruscio oggi è uno illustre sconosciuto al gran pubblico.

Chi prenderà a conoscerlo cominciando da Palmiro avrà una bella sorpresa. Scrittore operaio ma di freschezza e ritmo assolutamente lontano dalla tinta plumbea di riviste come "Abili-lavoro", Luigi Di Ruscio ha un rapporto con la pagina di decisa competizione. Ci sono dei motivi specifici e personali per cui il nostro si mise a scrivere? "I motivi per cui uno si mette a scrivere sono molto oscuri e investono i problemi dello scrivimento in generale", afferma in Palmiro, ed è un de narratur. Ne nasce una narrazione selvaggia, da anarchico individualista alieno alla disciplina di ogni tipo, di eccezionali accelerazioni e di fruibilità insospettabile, parecchio prossima alla celaliana de Le avventure di Guizzardi e de La banda dei sospiri. E del resto i personaggi che la popolano, Ciocca, Roffianetto, Roscella, sono dei topici dei territori della periferia sanguigna ed ironica degli anni cinquanta. L'educazione politica, la militanza comunista rappresentano il filo che tiene uniti i protagonisti e la storia, raccontata in prima persona con forte presa diretta, spazia dagli stanzoni delle sezioni, alle piazze dei comizi, dalle cantonate dove si appiccicano i manifesti, ai vialoni dei funerali. Proprio la descrizione di un funerale è tra i momenti di divertimento sfrenato del romanzo, paradossalmente, ma fino ad un certo punto, ricordando la constatazione dell'autore nell'introduzione.

Combattivi, irruenti, buffi, disincantati come i pugili della copertina, vivi, fideisti, rivoluzionari e comici come in una saga. Il tutto è gradevolissimo. Di Ruscio s'impossessa della parola e la porge con grazia. È una forma di comunicazione riuscita, una scommessa vinta. Che sia anche una lezione politica?