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Nota critica di Gianmario Lucini
Articolo pubblicato nel web: www.poiein.it
Luigi Di Ruscio
Le mitologie di Mary
Edizioni LietoColle, 2004 (www.lietocolle.it)
Mary Barbara Tolusso introduce acutamente, nella sua postfazione, un accostamento fra il carattere del soggetto narrante di questo ultimo romanzo di Luigi Di Ruscio (ossia l’autore stesso), col Don Chichotte di Cervantes, proponendo la figura di Mary Sandberg, la norvegica moglie dell’italico scrittore alla stregua del saggio Sancho, mentre il Di Ruscio dipingerebbe se stesso come l’eroe visionario ed estraniato che combatte le sue battaglie solitarie, non su un ronzino ma su una scassata bicicletta e non contro i mulini a vento ma contro il glaciale clima norvegese, per una socialdemocratica lotta operaia combattuta con ritmi e tempi nordici e ancora contro una letteratura italica contemporanea, china sugli ultimi spasmi di una agonizzante lingua letteraria che prosegue la sua stentata esistenza solo per l’accanimento terapeutico dei critici militanti e dell’industria culturale. Trovo il paragone molto ben costruito e non mi resta che sottoscriverlo, anche perché probabilmente l’illazione della Tolusso ha una corrispondenza nella realtà, se lo stesso Di Ruscio scrive, nelle ultime pagine di questo romanzo, che egli regalò a Mary due soli libri, Delitto e castigo e, appunto, il Don Chichotte.
Però, leggendo queste pagine in assoluta pace e gustandole, mescolate all’azzurro del Lago Trasimeno, ogni tanto mi pareva di intravvedere in quell’azzurrità il fantasma della follia di Erasmo, ma anche la marinara sagoma di Gulliver e in alcuni passaggi l’ombra dell’irrequieto e nostalgico Ulisse. Qualcosa insomma che è indicibile in una parola o in un concetto, ma che, a mio avviso, prosegue lungo il filo di una tradizione letteraria solidissima e antica, tanto antica da affondare le sue radici al centro dell’umanesimo rinascimentale. Bruno, appunto. Per questo Di Ruscio mi pare non tanto un poeta del dissenso, uno sberleffatore della sbregata e sbracata italica tradizione letteraria, ma un epigone dello spirito critico dell’umanesimo, che rivendica a sé, o meglio, al poeta e allo scrittore, l’assoluta autorità della libertà della scrittura creativa nei confronti della letteratura, che in queste pagine viene sottintesa come il lento ma inesorabile processo di asservimento della letteratura stessa a scopi, gusti, obiettivi, caste, frequentazioni, sistemi, o ancora di peggio.
In alternativa a una letteratura che ruota intorno a schemi fissi e prestabiliti, che in qualche modo cerca di campare su calcoli di previsione, ossia cercando di prevedere e accontentare il gusto del “lettore”, Di Ruscio rivendica una scrittura paradossale, onirica, afasica, decostruita, per lampi e frammenti, dove il tutto si lega e sta insieme non in virtù di una “logica” interna all’opera d’arte - che ne farebbe un mondo a sé parallelo e non alternativo ad altri mondi e in qualche modo da essi dipendente (si ricordi la teoria di Borges in merito) - ma in virtù di una apertura a tutto campo, alla realtà della vita di ogni giorno, una sorta insomma di metaliguaggio letterario che abolisce violentemente e polemicamente la cesura fra esistere e scrivere. L’esistere è scrivere e lo scrivere è esistere: Di Ruscio non lo dice forse esplicitamente, ma tutto l’impianto di questo libro tende ad accreditare questo come suo principio metodologico. Questo atteggiamento non ha nulla a che fare con il minimalismo ma piuttosto qualcosina in più con l’esistenzialismo.
Da qui la sua scanzonata polemica indirizzata non soltanto ai “critici militanti” o gli editori, ma intenzionata a prendere a cornate l’acritico intruppamento dei poeti e degli scrittori intorno a conclamati ma inesistenti paradigmi letterari e i limiti stessi di una lingua letteraria che non vuole contaminarsi con la lingua della vita e dunque non vuole comunicare.
- I giorni e i mesi delle scritture passavano come volassero, i miei passi nel mondo erano leggeri, era come se esistessi solo io e il tutto fosse ombra della realtà, le lunghe attese della posta e alla fine i manoscritti ritornavano intatti, senza nessuna spiegazione che d’altronde non era richiesta, poi venne fuori una nuova moda, spedisci un manoscritto e non si sa più niente, come se il manoscritto fosse inghiottito in un pozzo, altre volte contratti assurdi, mangi questa minestra o sputi sulla minestra. Dopo la lunghissima attesa ecco le bozze, il lavoro era finito di colpo, il reame cominciava a rifarsi duro, i miei passi titubanti, ricominciavo a guardare per terra, mi sforzavo a guardare in alto, ricadevano per terra, perfino “i diti del muratore” volevano che diventassero “le dita del muratore”, questa storia delle dita del muratore mi sembrò il massimo dell’assurdo, ma che lingua parlate? chi siete? Si era vero, ho fatto le scuole solo sino alla quinta elementare, però ero immerso in più libri di tutti voi, non avrei dovuto dire che lavoravo in fabbrica, chi poteva controllare che lavoro facevo qui ad Oslo?
Ecco qui spuntare, nella sostanza della sua scrittura, l’importanza del dialetto come sostrato della creatività linguistica, o meglio, l’importanza delle particolari costruzioni lessicali e grammaticali che il poeta rivendica, come sua discrezione e segno di libertà, avvertendo implicitamente che l’opera d’arte non ha nulla a che fare con il linguaggio, pur elegante e colto e suadente, e con le regole sintattiche e grammaticali. E’ come se il Di Ruscio volesse sbarazzare il campo della sua espressività dalla fastidiosa lingua delle regole, quella che serve ad esprimere concetti, leggi, descrizioni esatte per quanto sia possibile la precisione nel descrivere. Questa rivendicazione non è però nuova sia nella poesia che nella prosa del nostro: già dalla sua prima pubblicazione si desume la chiarezza di questo orientamento anche se, ci sembra, questa presa di posizione non è soltanto il frutto di una elaborazione teorica sulla lingua, di una personale “poetica” insomma, ma principalmente e impulsivamente il frutto di una continua intenzione ludica, dal carattere profondamente umanistico, che viene a scontrarsi con la rigidità dei canoni espressivi letterari, sempre più chiusi alle innovazioni della lingua parlata e del dialetto.
- Un contrattempo qualsiasi, uno scoraggiamento e l’impulso originario s’interrompe, una cagnara con la consorte, una lettera stronza, oppure è tardi, devo andare a lavorare, ho il turno di notte, tutto deve ricominciare moltissime volte, innumerevoli le pagine da riscrivere, certe volte nonostante le varie miserie ero in una stato di felicità estrema, il verbo s’incarna nella scrittura immediatamente, le cose oscure riescono ad esprimersi con estrema chiarezza, altre volte è la chiarezza diventava un incubo. Il diario è la scrittura di uno intestardito ad attraversare il mondo scrivendo, non c’è che d’attraversare la propria disperazione scrivendola, speriamo che il lettore attraversi la propria disperazione leggendo la nostra. Se non si scherza con la letteratura non si capisce con che cosa si dovrebbe scherzare, questo governo è tanto odiato però la maggioranza non lo scomunica per paura dell’ancora peggio, in queste cose c’è una specie di sorriso d’Iddio come quella volta che in fabbrica presi una violentissima scossa elettrica, mi salvai per puro miracolo, le piombature dei denti stranamente saltarono tutte e mi guarii stranamente dall’insonnia per sempre, è inutile che mi sforzi, una poesia che soddisfi anche Carlo Bo non riuscirò mai a scriverla, non sono di competenza di tutti, sono inciso in un particolare stato civile, la mia identità non ha niente a che fare con quella della maggioranza di tutti voi, per fortuna il panorama, l’universo letterario è infinito e c’è posto per tutti e non è necessario continuamente romperci il cazzo. Si crede perfino che una poesia diventi tale solo quando i critici la proclamano poesia, come quando i cardinali proclamano il sommo pontefice, i papi muoiono presto, la poesia rimane imperterrita per lunghi periodi anche quando della critica letteraria si è dimenticato tutto, la poesia come corpo indissolubile e dissezionano quello che è creduto un cadavere, fanno a pezzi un corpo, vivo o morto con la stessa indifferenza.
Per Di Ruscio infatti, non esiste scrittura creativa se non c’è divertimento: la scrittura è piacere: per lui è ovvio che se ci si annoia a scrivere si annoierà anche il lettore nel leggere. La lingua letteraria, sembra dire, lasciamola ai letterati e ai critici militanti, ai fabbricatori di concetti: la creatività è un’altra cosa: la creatività sta nella creazione di nessi e senso, ossia nella comunicazione intesa come stimolo reciproco, sostrato fra poeta e lettori e fra lettori stessi. In diversi passaggi del libro si accenna a questa allegria, a questo piacere anche fisico della scrittura
- ... e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali. Eccole le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità. Quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.
La frase in corsivo, che assomiglia a un programma o a un principio deontologico, viene scritta a pag. 47 e significativamente ripetuta tale e quale a pag. 49. Ma anche in altri numerosi spunti traspare questo piacere fisico per la scrittura.
- Fare attenzione siamo all’inizio e anche verso la fine del sottoscritto, hanno ammazzato moltissime cose e per poco non rimaneva ammazzato anche tutto il nostro divertimento, è già primavera, la scrittura si è risvegliata e crepita allegramente sui tasti e sulle carte per troppo tempo rimaste bianche.
- Sono tanto incosciente che quando scrivo certe cose rido come un matto, certe volte però siamo all’angoscia delle riscritture proprio come se mi trovassi davanti al dentista nonostante che il mio dentista sia una donna di tipo vichingo o valchirico, quelle donne che vanno a prendere gli eroi caduti per trasportarli nel regno di Odino. Le donne norvegiche sono quelle che degli animali umani vivono più a lungo e mia moglie per puro dispetto partorisce figli di chili quattro senza provare dolore essendo noi di origine preadamitica, la maledizione su Adamo ed Eva non ci riguarda. Noi ci vantiamo di essere di tutt’altra storia.
- Altre volte immaginavo la scrittura come la salute, la parte migliore del sottoscritto, la scrittura diventa la cosa, in queste scritture è tutta la mia salute immaginaria e se il critico più o meno immaginario scrive che le mie poesie sono dirette a un ricevente che non esiste, l’esistenza del mittente non può essere messa in dubbio neppure oggi all’inizio di un nuovo millennio.
Questa smania di divertimento, sorta di epidermica reazione al grigiore di una vita “metallurgica” e un’esistenza fatta di normalissimi stenti quotidiani, si mischia a volte con uno humor innato nel nostro autore, divenendo storpiatura o forzatura o riesumazione di arcaismi linguistici alludendo a significati più allargati, striati da una vena satirica; ad esempio l’uso reiterato ed ironicamente aulico di “norvegico” per “norvegese”, “italico” per “italiano”, o la storpiatura “gattolico” o “gattologico” per “cattolico”, “finerale” per “funerale”, ecc. Non si tratta di artifici e stranezze lessicali che tendono semplicemente al moto di spirito, ma un vero e proprio alludere, un arricchire il significato delle parole, per farlo esplodere, decostruirlo e ricostruirlo secondo prospettive più aperte e polisemiche.
Ecco dunque che, per riallacciarci all’incipit di questa nota critica, si fa pian piano luce intorno a questo strano titolo: Le mitologie di Mary. Non dunque “la verità secondo Mary” o “quello che pensa Mary”: non un racconto ma un mito. Il mito ha, nella nostra cultura, il significato di paradigma. Mike Buongiorno è un mito borghese, il Che un mito rivoluzionario. Ma il significato profondo della parola mito è “racconto vero”, racconto delle origini che spiega la realtà. Le mitologie di Mary dunque, leggendo il libro, non sono altro che la a-critica concezione mitologica, appunto - della vita e del mondo, in opposizione a una concezione critica, che il poeta, il folle umanista erasmiano e/o il Don Chichotte, argomenta con il suo particolare codice espressivo e simbolico. Egli oppone una sorta di majeutica, scaturita però non dalla logica ma dalla retorica, all’acriticità delle idee e/o delle ideologie-mitologie dominanti, in una sorta di contrapposizione fra diverse tipologie di mito - la sua personale e libera e quelle collettive egemonizzate dalle convenzioni sociali acritiche -, senza nessuna pretesa di verità ma con la sola intenzione di esprimere ironia e piacere quasi infantile di vivere e abitare il mondo opponendo il dubbio e il paradosso laddove si ostenta la sicurezza della normalità di un “pensiero dominante”. Non voglio sostenere qui che egli intenda esprimere un pensiero contro tutti e contro tutto, ma che con questa sua contrapposizione egli intende ricostruire il ruolo dello scrittore che rappresenta una umanità esclusa dalla letteratura, che è la maggior parte, quella che vive e pensa e si confronta in tutto il mondo in maniera più o meno simile e che Di Ruscio affida allo stesso io narrante dell’operaio “metallurgico”, straniero, tagliato fuori dalla letteratura, scomodo, perché a dispetto della letteratura egli rappresenta in fatto innegabile del quale la letteratura non si è mai curata davvero, se non come curiosità speculativa e/o contorno e mezzo per raggiungere un suo particolare scopo, sempre lontano e astratto, quando non concretamente orientato ai valori dominanti, ossia il danaro e il potere. Di Ruscio insomma rivendica allo scrittore la rappresentatività sociale che oggi lo scrittore non ha più e che non può avere se la letteratura non cambia. E lo fa con passione e allegria, con un piacere fisico che è il piacere di scrivere per vivere in eterno.
- Mio figlio mi ha detto che con il computer basta un tasto per cambiare tutto e il cattolico diventa tutto gattologico e nonostante tutto sono soddisfatto di tutto quello che scrive il sottoscritto, la mia paura della morte riguarda solo la paura che tutto quello che scrivo vada perduto. Lasciare tracce, segnali della nostra esistenza, segnali anche minimi però rivelabili dagli archeologici di tutti i millenni futuri. Quando l’angoscia raggiunge il massimo le palle diventano filiformi e tutti si mettono a ridere.
In una sorta di gioco delle tre carte, il poeta “dimostra” nel corso del libro che ogni più solida convinzione “razionale” e soprattutto socialmente integrata, non è altro che mito o sorta di religione al di sopra della stessa religione “gattolica” o evangelica che sia, così che il suo ostentato ateismo risulta essere, alla fin fine, la forma più autenticamente religiosa del libro. In quest’opera infatti, più che in altri precedenti lavori dirusciani, viene continuamente proposto e riproposto il tema della religione e direi, da un punto di vista teologico morale, ma anche filosofico, in maniera molto convincente, perché l’autore concepisce la religione come rapporto diretto con la divinità, da persona a persona, su un piano paritetico di comunicazione che è il piano della libertà filosofica, che a sua volta coincide con l’idea del trascendente come libertà. Perfettamente lucido e conscio di questa erasmiana follia, egli vi rimane fedele, in una sorta di esistenza socialmente deviante che lo emargina dal sistema di valori dominante, che egli prende allegramente a cornate convinto di pagarne le conseguenze come tributo alla ricerca della sua verità poetica e artistica.
A noi dunque sembra corretto inquadrare in questo modo questa freschissima ultima opera del settantaquattrenne poeta marchigiano, ma ci rendiamo conto che la nostra visione a sua volta non è che il frutto di una personale mitologia della scrittura e che un libro come questo può avere un riscontro di pubblico soltanto se, paradossalmente, si tratta di pubblico mal educato alla lettura, assolutamente coriaceo alle mode letterarie ma nello stesso tempo capace di una sensibilità e una cultura tali da giungere al senso del romanzo - che intende esprimere non tanto le mitologie di Mary o di Luigi o di chicchessia, ma intende mettere in discussione il concetto stesso di romanzo, il mito consolidato e nello stesso tempo perduto di scrittura e in conseguenza di lettura della prosa creativa, ponendo al centro il concetto di libertà espressiva che si traduce a sua volta in comunicazione diretta, non espressa in nessi causali e temporali ma in pura empatia di pensiero e di sentimento e questo non necessariamente significa accordo sul piano emotivo e tanto meno su quello ideale. Ossia, la scrittura di Di Ruscio tende al recupero del ruolo del poeta e dello scrittore, non come un integrato che esprime le lodi dei sistemi (politico, letterario, sociale, religioso, ecc.) ma dell’uomo libero che si mette davanti al vuoto immenso, al grande nulla della libertà con coraggio, dentro il sistema ma nello stesso tempo guardandolo dal di fuori, facendosi interprete della ricerca di libertà di tutti gli uomini, anche se egli lo fa secondo una sua personalissima modalità espressiva che si avvale dei registri del vitalismo, dell’ironia, del paradosso, come a esorcizzare quella “pesantezza”, quella “serietà” che un discorso sulla libertà comporta nella nostra cultura e forse nello stesso tempo per esorcizzare - perché no? - anche la morte stessa.
In ogni caso, sarà la natura un po’ istrionica e collusiva del personaggio, sarà la forza dei suoi paradossi e delle sue provocazioni, Le mitologie di Mary è anche un libro di gradevolissima lettura, ironico, scattante, ludico e insieme umano e profondo, utile anche, e forse particolarmente, a molti scrittori “alla ricerca” di qualcosa di nuovo e di diverso che possa stagliarsi dalla palude della stanca narrativa italiana contemporanea e dei suoi logori “modelli” imposti dalle grandi case editrici che costruiscono i gusti letterari dopo aver sondato il mercato per conoscere dove tira il vento del gusto letterario, ossia, dal “di dentro” del sistema, perché il “di fuori” significa emarginazione e, per un grande editore, fine delle vendite. E, per inciso, non è forse “dal di fuori” che possiamo avere una visione diversa dei problemi, non solo della scrittura ma anche dell’editoria? Anche per le case editrici, così come per il poeta, nulla di vero e nuovo è dato senza pagare il prezzo e soprattutto senza mettere in atto risorse creative e nuove strategie non solo “di mercato” ma anche di “ruolo”: è come se il nostro poeta, con l’intera sua opera e non solo le mitologie, voglia ammonire scrittori ed editori: “la mia parte l’ho pagata: ora tocca a voi”.
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