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Fanco Fortini 1953
Prefazione a NON POSSIAMO ABITUARCI A MORIRE
Milano "Schwarz editore" giugno 1953
Credo di non poter esser sospettato di simpatie per la poesia che si è convenuto chiamare di contenuto sociale anche se la debolezza degli argomenti con i quali, di solito, la si schernisce rivelando chiaramente i motivi interessati di quello scherno, mi solleciti a consigliare per chiunque, in questa materia, molta più prudenza che non si usi. Ho scarso rispetto per quanti, animati dalle migliori intenzioni, ci propongono, poeti o critici che siano, versi il cui contenuto dovrebbero esercitare una specie di ricatto sentimentale sul lettore che rifiuta e combatte l'ingiustizia e la inumanità delle nostre strutture sociali ed economiche; costoro, non diversamente dai loro avversari, chiedono i nostri suffragi per la loro posizione, non già per la qualità delle loro espressioni. E, se è vero che, al limite, posizione e qualità coincidono, è anche vero che l'una influisce sull'altra, sì che l'effusione generica ed informe è sempre in una posizione sbagliata, è sempre una posizione storica arretrata, quando anche voglia porsi al servizio d'una causa sociale e politica che condividiamo.
Detto questo, penso che questi versi di un giovane operaio meritino essere letti e meditati.
Primo, perché il loro populismo non già sono la prova di un ritardo culturale del loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale. Queste poesie di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un'esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi decenni del secolo è stata nel nostro paese, almeno di intenzioni, assai feconda, perché la posizione morale del proletario ai confini della disperazione e della fame non è, malgrado tutto quel che sappiamo e malgrado le facili conversioni agli atteggiamenti positivi, sostanzialmente mutata da quella. E questi versi sono insomma un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano.
Secondo, perché la forma di queste poesie s'inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea, in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro. Più che l'iterazione rauca e la monotonia di invettive storico-cosmiche della covante poesia sociale, questo giovane segna nitidamente il respiro d'ogni verso pur nella immediatezza della sua dizione, e fa d'ogni sua lirica un recitativo ricco di accenti interni. Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti resultati. Biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente che lavorare stanca; e, di tanto in tanto, sopratutto nelle clausole delle composizioni, atroci affermazioni che ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze; nel doppio significato che questa parola - come quella: processo - ha assunto ormai per il nostro mondo.
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