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Saggio di Mauro Caselli (novembre 2002)
L'ULTIMA RACCOLTA di Luigi Di Ruscio
edito nella rivista Tratti numero sessantatre
(estate 2003)
Sono un non credente e mi sento pieno di peccati
Già nel titolo, L'ultima raccolta, Luigi Di Ruscio (2002, Manni) pone la propria opera nella sua posizione più peculiare, invitando il lettore nelle sue operazioni di delocalizzazione di senso e forma. Questo poeta occupa un posto di rilievo fra quelli che si pongono ai margini più avanzati della intellettualità contemporanea, dove l'espressione poetica si appoggia tanto sul vissuto storico-esistenziale quanto sulla tradizione letteraria. Alcune caratteristiche poematiche rendono Di Ruscio di difficile classificazione. Egli vive da più di quarant'anni in Norvegia, mantenendo un contatto quasi esclusivamente letterario con l'Italia. E l'italiano in quanto lingua si è trasformato per lui da mezzo di comunicazione ordinaria a parola dell'anima - ed io se non riesco più a parlarla la lingua nostra la scrivo tutti i giorni in nome di tutti i vostri urli. Sin dalle prime opere, nei primi anni '50, egli porta a felice soluzione le caratteristiche di stile e contenuto proprie, l'impegno civile esperito esistenzialmente in un profondo e sentito senso comunitario, dove il movente ontologico viene individuato in una “contrarietà” di ascendenza bruniana. Ma l'estro vivacissimo e circostanze biografiche conducono ben presto la poesia del Di Ruscio via dall'indugio su una forma espressiva già cosi compiuta e apprezzata da Quasimodo, Fortini, Porta. L'abbandono della terra natale compie quel movimento di sradicamento che la sua condizione sociale gli aveva già fatto sentire - e siamo soli non come cristus che aveva un padre che era Dio. Ciò, nel pur costante impianto tensionale lirico, trasforma progressivamente la percezione del mondo in virtù di un senso di isolamento, solitudine, a cui la parola, nella sua emergenza, cerca di dar conto. Da qui nella forza poetica l’incresparsi di una crescente componente speculativa. Di Ruscio in Norvegia e poeticamente un Robinson Crusoe - quello di Michel Toumier, piuttosto che di Defoe - le sue liriche sono messaggi in bottiglia in una “lingua della poesia” decentrata rispetto all’italiano d'uso, dove alle influenze dei media viene a sostituirsi un colloquio costante con la letteratura della tradizione e con il patrimonio dialettale che il migrante porta con se, quale ultima tangibile traccia di radicamento. L'impegno civile non è venuto meno, si è anzi arricchito di una allure filosofica che precisa maggiormente il terreno comune ad individuo e società. La risultante di questo intreccio comporta una spinta eccentrica nel rapporto con gli enti costitutivi la realtà, nel senso che in Di Ruscio è evidenziato piuttosto l'ordito della trama, trovandosi la sua prospettiva a focalizzare prevalentemente le strutture costitutive. Il suo vissuto di “esule” genera una prospettiva di ampia campitura, per cui ogni fatto sociale, ogni accadimento personale, nel verso viene attraversato ed aggirato dalla sua stessa essenza. E ciò grazie alla forza di un aspetto di fondo nel poeta, l'idea del dolore come senso della distanza, del male come differenziazione - è la frattura fra noi e il mondo che fa aumentare ulteriormente la percezione del nostro esistere. Avvertire lo sfasamento di questa percezione significa al tempo stesso appercepire il suo potere di penetrazione nei fattori di fondo dell'umana natura che la quotidiana miopia impedisce di focalizzare. L’ultima raccolta è composta da frammenti coordinati classicamente dal verso, e da lacerti più prosastici. Piuttosto, non c'è prosa e poesia, ma un flusso espressivo magmatico che alcune volte si esprime in una base autocosciente ed altre in modo più relazionale. La scansione si rovescia interamente nel contenuto, e se il discorso s'interrompe, cambia direzione, accelera, è avvertibile sempre l'elaborazione di un senso, padrone a volte dello stesso poeta. Il raccogliersi dell'espressione attorno ad un soggetto che mai si vuol porre come ideale, ma solo in quanto occasione di convergenza ed elaborazione di un pensiero della, e per, la polis - lo scrivere come supremo tentativo d'esporsi senza essere visto, come aveva scritto qualche anno addietro - lo conduce ad un corpo a corpo con il linguaggio stesso. La necessità di sottrarsi come parlante e l'impossibilità di farlo, portano Di Ruscio ad agire nel verbo stesso, intensificandolo. Ma la parola potente è tradizionalmente la Parola di Dio, capacita performativa assoluta, in cui l'intenzione espressiva si protende “al di là”. La direzione di Di Ruscio e inversa, il suo è un linguaggio di esplicazione del, e nel, sensibile che attraverso la poesia si fa strumento di verità. Pur cosciente della parzialità della scelta, cioè che la verità sia l'Altro - la tragedia della poesia è che deve essere uno smascheramento/ e deve adoperare questo linguaggio che e quasi sempre una maschera - Di Ruscio punta decisamente lo sforzo espressivo in questa direzione, unica alternativa alla paolina fedeltà alle cose sperate. Il movimento e quello di trattenere il potere metaforico del linguaggio, la captazione del trascendente, in una sorta di insistito, diuturno sforzo di scavo per continuare a cercare il posto dove il delitto non è stato commesso. Questa secolarizzazione della parola potente cristiana concentra nella poesia un potere catartico immanente, che mai prima d'ora in Di Ruscio si è mostrato cosi vicino alla vita, alla praxis.
Il modello diegetico in questo libro rientra nella circolarità - è come fossimo continuamente per finire e perpetuarci in eterno. In ciò egli si connette in modo manifesto ad un'originarietà pagana, popolare. L'espressività del vocabolario sacro cui fa frequente uso viene direzionato verso il linguaggio stesso. Vocaboli di impegnativo spessore come “eternità”, “divino”, “santo” vengono privati del referente tipico per farsi superlativi del reale:
vivrai una vita immortale solo se vivi continuamente nel consueto dell'ovvio
sarò poeta italico per tutta l'eternità inseguendo velocemente le sequenze mentali e le malefatte del mondo
L'aggettivo in generale subisce un effetto sinergico, un sovrabbondarsi di intensità, con tendenza al chiaroscuro, in una torrentizia pulsione vitalistica in cui le parole nel loro entrare a far parte della realtà assumono una significazione irripetibile, espressione di una liturgia pagana come atto di creazione e sopravvivenza - per persistere negli atti di un rito che rinvigorisce l'ingordigia di vita/ tiene lontana l'ultima ora/ propizia la gioia nostra. Ne consegue che un senso usuale, delineato, si svapora. Spesso i frammenti raccontano una fine, la parabola discendente dell'accadere, il suo mescolarsi nel trapasso di ogni flusso vitale. Tuttavia nel frammento successivo questo sforzo di Sisifo riprende con più vigoria di prima. In ciò rientra l'ossessione iterativa del poeta, soprattutto per assonanze, il piacere anche per i lapsus che, al di là di ogni interpretazione psicoanalitica, segnalano il sempre ancora di una vita intesa come un morire e rinascere continuo. Ecco che il titolo di questo libro, L'ultima raccolta, non indica una clausola nel discorso poetico di Luigi Di Ruscio, ma si pone come “momento”, stimolo supremo per lo sforzo successivo:
morire ogni giorno far dimenticare che siamo stati vivi
per quelli delle vite discrete è come morte non esistesse
per quelli delle vite urlate la morte è veramente la fine definitiva
un vortice è stato raggiunto ed è la fine
più che gigante veggente
è il cardellino accecato nella gabbietta
e non era affatto necessario
tagliargli anche le ali
La parola si giustappone agli enti, li rappresenta, li indica, ma gode anche di vita propria, non in quanto significante, ma come segno di cui il senso è la maschera. La sua pura presenza indica l'affezione di questa intenzionalità. La valenza dei giochi di parole, delle permutazioni nel tessuto lirico di vocaboli assonanti indica il soma, la gravezza della parola. L'idea di verità che vi è sottesa non è così ingenua da tendere al precisarsi di un concetto; è lo sforzo del dire che conta, risposta all'ineffabile che chiede continuamente di essere espresso:
la poesia è possibile quando si è davanti a nodi impossibili da sciogliere, sciogliere gli enigmi assoluti davanti all 'ultimo precipizio
Già nel 1987 Di Ruscio aveva scritto che “la verità si esprime con una verbalizzazione stritolata, inceppata e caotica, verbalizzazione straziata”. A questo gioco tragico, che sta all'origine della tensione del dire, Di Ruscio non si sottrae. È per questo che la parola può assumere una propria materialità, come traccia tangibile di uno sforzo, come cicatrici nella carta, echi di urla:
e sulle pagine dell'agenda tascabile
si spalancava l'ultimo precipizio
Di Ruscio si pone come felice esito nella frangia umbratile della cosiddetta “letteratura minore”, intendendo con ciò, assieme a Gilles Deleuze, l'atteggiamento alloglotto nei confronti della lingua usata, inconfessato testimone della più fertile produzione nella nostra letteratura, da Dante in poi. Di Ruscio, attraverso sentieri interrotti, ha guadagnato quella radura dove, con percorsi più agili e segnati, è pure giunta la riflessione poetica di Andrea Zanzotto con la sua 'sfida al labirinto'. Ma nel poeta marchigiano non si dà nessuna apologia della parola, qua e là si avverte adombrarsi il desiderio di una messa a nudo della poesia tout court come “letteratura minore”, cioè un addomesticarsi fallimentare dello sfuggimento espressivo, la necessità che la significazione si consegni al proprio mancamento, nel raggiungimento di una poesia dell'eclissi/ di un continuo cadere. È questo, forse, lo sviluppo più importante e foriero di nuova energia per l'opera di Luigi Di Ruscio, l'idea che solo attraverso l'estenuarsi della funzione della parola la poesia trovi il filone, la vena più ricca della sensibilità contemporanea.
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