Biagio Cepollaro

Luigi Di Ruscio ha scritto Le streghe s’arrotano le dentiere quasi
quarant’anni fa, nel 1966. E’ tra i suoi libri forse quello più straripante
di cose, di mondo nominato, forzato a non nascondersi. E’ un libro che
da solo rende vani tanti sforzi retorici della poesia scritta da
intellettuali di estrazione e cultura borghese, almeno per un aspetto: la
pretesa o l’intenzione realistica. Qui il realismo non è un punto
d’arrivo linguistico, ma è un punto di partenza, un orizzonte di vita,
un’esperienza. Di Ruscio ha preso le parole per ritorcerle contro la
classe che di queste parole ne ha fatto la legittimazione del dominio. E
senza ideologia, mostrando solo come stanno le cose, nella cornice
biografica che lui ha fatto diventare emblema. Nel panorama della
poesia italiana di quegli anni – ma anche degli anni successivi- la sua
voce è stata unica, come la sua situazione, come il suo punto di vista,
oggettivamente diverso, trapiantato com’era in un paese scandinavo
usando la sua lingua solo per scrivere poesia. L’italiano di Di Ruscio è
idiolettico più che dialettale: è il suo italiano, è l’italiano sognato per
scrivere, in poesia, la vitalità, in faccia all’orrore del mondo.
Biagio Cepollaro