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Alessio Brandolini
Uscito sul n° 5/6 - 2005 dell’ Almanacco del Ramo d’Oro (quadrimestrale di poesia e cultura)
L’ultima raccolta, Manni Lecce, 2002
Per Luigi Di Ruscio “l’esercizio indispensabile” è la poesia o, più precisamente, la scrittura e la sua ultima raccolta poetica s’intitola proprio così: L’ultima raccolta (2002). Anche se c’è d’augurarsi che non sia davvero l’ultima.
Ho impiegato un po’ di tempo, più del previsto, ad arrivare alla fine. Ho “faticato”, sì, ma questo libro è un intreccio di libri e poi così denso, così violento. Non sarebbe stato giusto leggerlo di corsa, un pezzo dietro l’altro. All’autore, ho pensato, chissà quante ore e giorni e mesi avrà richiesto “scolpire” questi pezzi. Parlo di scolpire perché spesso nel leggere e rileggere ho avuto la netta sensazione di contemplare delle sculture. Un po’ barocche, piene di guglie, di spigoli, di maschere ghignanti, di folletti ironici o dispettosi. Sculture singolari, enormi, sproporzionate: autentiche. Talvolta spaventose.
Una prima cosa da chiarire subito: questa poesia non assomiglia a quella di nessun altro. Luigi Di Ruscio, standosene appartato a Oslo dal lontano 1957, ha avuto il coraggio e la forza di seguire la sua strada. Fino in fondo, senza ripensamenti, con coraggio e ostinazione. Ha portato avanti quell’idea forte di poesia come strappo alle regole (non solo letterarie), che ne caratterizzò l’esordio avvenuto nel lontano 1953 (Non possiamo abituarci a morire). Lo scrive ancora qui, cinquant’anni dopo:
… la poesia deve essere una irrisione alla piattezza del linguaggio, una irrisione ai linguaggi delle comunicazioni, di massa, una irrisione ai linguaggi spudorati dei padroni del mondo.
A volte si ha l’impressione che l’autore abbia messo troppa carne sul fuoco, che non abbia avuto alcuna pietà per il lettore. Dico il lettore attento, quello che non solo vuole leggere alla svelta, ma comprendere (sentire) quello che si trova sotto gli occhi. Sono convinto che con questa fitta raccolta se ne sarebbero potute fare almeno tre. Libri snelli, compatti, precisi, limpidi. Ma so, me ne rendo perfettamente conto, che al poeta Luigi Di Ruscio non interessava per niente un libro “ben fatto”. Nel senso di scorrevole, leggibile, malleabile come creta.
Qui la materia è incandescente. E’ lava che cola giù dalla mente, dal cuore, dalla carne. Se si ha la forza di resistere, di leggere tutto attentamente, con passione, uesta poesia prosastica e queste prose poetiche ci confondono, fanno pensare e sentire mille cose. In modo diverso dal solito, è come se dentro ci si rimescolasse tutto e ogni cosa, ogni idea venisse presa di petto, messa in discussione.
C’è una violenza linguistica che va avanti come una scavatrice: buca la mente e prepara un campo nuovo. A Di Ruscio, infatti, non interessa una lingua piatta e facile, corretta e precisa:
(…) ricercano il facile, un italiano standardizzato, ripetitivo, prevedibile, a metà frase intuisci con precisione dove si va a sbattere e questo è confortante, ti pone a tuo agio e ti rimbecillisce, impoverimento del lessico e delle strutture sintattiche (…)
L’ultima raccolta, in fondo, potrebbe essere benissimo considerata la prima raccolta, ovviamente non dico in senso cronologico, ma quella che spiega tutto della poesia di Di Ruscio, della sua complessa e magmatica scrittura. Si ha l’idea che soltanto dal caos possa venir fuori la parola autentica, e dalla confusione un pensiero sofferto, sì, ma vivo e libero.
Qui la luce è più forte di quella presente nella limpida raccolta Firmum (1999, peQuod), ci sono più colori, più terra, più magma rovente. E’ come se l’autore avesse voluto liberarsi di tutto (forse per questo “ultima”). Dare tutto di sé, e senza distorsioni, abbellimenti. Scavarsi dentro, strapparsi le parole di dosso per donarcele e venir fuori, grazie alla comunicazione poetica, dal suo precipizio. Ci sono dei frammenti lirici che lasciano senza fiato:
è come se scrivessi davanti al niente e all’ignoto
e c’era quel vicino di casa che ricordo
come fosse ancora vivente davanti a me
aveva gli occhi dissimili
uno bruno e l’altro azzurro
uno lacrimava mentre l’altro rideva (…)
Forse i brani poetici (scritti tutti in corsivo) sono più incisivi di quelli in prosa, ma anche qui si trovano passaggi e descrizioni assai belle:
(…) Fissava il mio piatto che si andava svuotando come se fosse pieno di pappagalli sventrati, poi mi distesi sull’erba ed ero continuamente attraversato dall’ombra degli uccelli che si erano intestarditi a volare continuamente sopra di me.
Ci sono stretti e diretti legami tra il blocco “in versi” e quello che segue “in prosa”, come se Di Ruscio provasse a spiegare in altro stile e in modo più violento ed esteso quello appena descritto in immagini poetiche. Anche se poi la sua prosa resta fortemente poetica, fatta di scatti irrazionali e d’improvvisi bagliori.
L’ultima raccolta è un libro che ci segna, che non passa indifferente. “L’esercizio indispensabile” di Luigi Di Ruscio è un cuore che si riversa nel nostro cuore. E’ un miscuglio di suoni, talvolta disarmonici, ma acuminati, indispensabili. E’ un fitto e avviluppato ricamo, una complessa ragnatela di versi, di parole che segnano un nuovo e urticante orizzonte letterario.
Alessio Brandolini
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