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Alessio Brandolini
L’ESERCIZIO INDISPENSABILE
(Sull’ultima raccolta poetica di LUIGI DI RUSCIO)
Per Luigi Di Ruscio “l’esercizio indispensabile” è la poesia o, più precisa-mente, la scrittura e la sua ultima raccolta poetica s’intitola proprio così: L’ultima raccolta (2002, Manni pagg. 175, euro 14,00). Anche se c’è d’augurarsi che non sia davvero l’ultima. Ho impiegato un po’ di tempo, più del previsto, ad arrivare alla fine. Ho “faticato”, sì, ma questo libro è un intreccio di libri e poi così denso, così violento. Non sarebbe stato giusto leggerlo di corsa, un pezzo dietro l’altro. A lui, al Di Ru-scio ho pensato, chissà quante ore e giorni e mesi avrà richiesto “scolpire” questi pezzi. Parlo di scolpire perché spesso nel leggere e rileggere ho avuto la netta sensazione di contemplare delle sculture. Un po’ barocche, piene di guglie, di spi-goli, di maschere ghignanti, di folletti ironici o dispettosi. Sculture singolari, enormi, sproporzionate: autentiche. Talvolta spaventose. Una prima cosa da chiarire subito: questa poesia non assomiglia a quella di nessun altro. Nemmeno alla lontana, utilizzando un binocolo di precisione o, anche, analizzandola con un microscopio. Luigi Di Ruscio, standosene appartato a Oslo dal lontano 1957, ha avuto il coraggio e la forza di seguire la sua strada. Fino in fondo, senza ripensamenti, con coraggio e ostinazione. Ha portato avanti quell’idea forte di poesia come strappo alle regole (non solo letterarie), che ne caratterizzò l’esordio avvenuto nel lontano 1953 (Non possiamo abituarci a morire). Lo scrive ancora qui, cinquant’anni dopo:
… la poesia deve essere una irrisione alla piattezza del linguaggio, una irrisione ai linguaggi delle comunicazioni, di massa, una irrisione ai linguaggi spudorati dei padroni del mondo.
A volte si ha l’impressione che l’autore abbia messo troppa carne sul fuoco, che non abbia avuto alcuna pietà per il lettore. Dico il lettore attento, quello che non solo vuole leggere alla svelta, ma comprendere (sentire) quello che si trova sotto gli occhi. Sono convinto che con questa fitta raccolta se ne sarebbero potute fare alme-no tre. Libri snelli, compatti, precisi, limpidi. Ma so, me ne rendo perfettamente conto, che a Luigi Di Ruscio non interessa per niente un libro “ben fatto”. Nel senso di scorrevole, leggibile senza sforzo, malleabile come creta. Qui la materia è incandescente. E’ lava che cola giù dalla mente, dal cuore, dalla carne. Se si ha la forza di resistere, di leggere tutto attentamente, con passione questa poesia prosastica e queste prose poetiche ci stendono, confondono, fanno pensare e sentire mille cose. Ma in modo così diverso dal solito! è come se dentro ci si rimescolasse tutto e ogni cosa, ogni idea venisse presa di petto, messa in discus-sione. C’è una violenza linguistica che va avanti come una scavatrice: buca la mente e prepara un campo nuovo. A Di Ruscio, infatti, non interessa una lingua piatta e fa-cile, corretta e precisa: (…) ricercano il facile, un italiano standardizzato, ripetitivo, prevedibile, a metà frase intuisci con precisione dove si va a sbattere e questo è confortante, ti pone a tuo agio e ti rimbecillisce, impoverimento del lessico e delle strutture sintatti-che (…)
L’ultima raccolta di Di Ruscio, in fondo, potrebbe essere benissimo conside-rata la sua prima raccolta, ovviamente non dico in senso cronologico, ma quella che spiega tutto della sua poesia, della sua complessa e magmatica scrittura. Si ha l’idea che soltanto dal caos possa venir fuori la parola autentica, dalla confusione un pen-siero sofferto, sì, ma vivo e libero. Qui la luce è più forte di quella presente nella raccolta Firmum (1999, peQuod), ci sono più colori, più terra, più magma rovente. E’ come se l’autore aves-se voluto liberarsi di tutto (forse per questo “ultima”). Dare tutto di sé, e senza di-storsioni, abbellimenti. Scavarsi dentro, strapparsi le parole di dosso per donarcele e venir fuori, grazie alla comunicazione poetica, dal suo precipizio. Ci sono dei testi che lasciano senza fiato: è come se scrivessi davanti al niente e all’ignoto e c’era quel vicino di casa che ricordo come fosse ancora vivente davanti a me aveva gli occhi dissimili uno bruno e l’altro azzurro uno lacrimava mentre l’altro rideva (…)
e ancora: (…) questo disperato scrivere è l’esercizio indispensabile all’integrità mentale a questa resistenza al mare o al male che sia quello che ora vivo quello che vedo e sento non sarà più visto non sarà più sentito è come un morire e rinascere continuo stuoli di zanzare gigantesche e poi piogge continue che scoperchiavano i tetti di altissimi duomi dove venivano a covare angeli ormai del tutto inutili
(…) e non poter più rinchiudere il tutto in una valigia e partire per sempre rimanere incastrati per sempre alla consueta vergogna rimanere chiusi nella cassa dell’ascensore bloccato rinchiusi vivi nella cassa da morto
Un ultimo esempio:
un infinito spalancato da tutte le parti basta un niente per scatenare catastrofi terrificanti e basta un niente per la salvezza del mondo basta un verso centrato in pieno per salvare tutto come quando le masse d’aria fredda e calda sono in perfetto equilibrio (…)
Forse i brani poetici (scritti tutti in corsivo) sono più incisivi di quelli in pro-sa, ma anche qui si trovano passaggi e descrizioni stupende:
(…) Fissava il mio piatto che si andava svuotando come se fosse pieno di pap-pagalli sventrati, poi mi distesi sull’erba ed ero continuamente attraversato dall’ombra degli uccelli che si erano intestarditi a volare continuamente sopra di me
Ci sono stretti e diretti legami tra il blocco “in versi” e quello che segue “in prosa”, come se Di Ruscio provasse a spiegare in altro stile e in modo più violento ed esteso quello appena descritto in immagini poetiche. Anche se poi la sua prosa resta fortemente poetica, fatta di scatti irrazionali e d’improvvisi bagliori.
L’ultima raccolta è un libro che ci segna, che non passa indifferente, alla svelta. “L’esercizio indispensabile” di Luigi Di Ruscio è un cuore che si riversa nel nostro cuore. E’ un miscuglio di suoni, talvolta disarmonici, ma acuminati, indispen-sabili. E’ un fitto e avviluppato ricamo, una complessa ragnatela di versi, di parole che segnano un nuovo e urticante orizzonte letterario.
Alessio Brandolini
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