Intervista ne il Manifesto di sabato 15 ottobre 2005

Il graffio della libertà

Il giovane comunista a Fermo, dal 1957, e per quarant’anni, operaio metallurgico ad Oslo, poeta e narratore. Un incontro con Luigi Di Ruscio. Sulla filigrana autobiografica delle sue partiture, sull’Italia vissuta con amore da lontano, senza sconti con l’intoccabile piramide della mitologia cattolica.

Massimo Raffaeli

A quasi settantasei anni, Luigi Di Ruscio non ha perduto nulla della travolgente simpatia che da sempre lo contraddistingue. Parla almeno tre lingue, vive a Oslo da mezzo secolo ma il suo italiano porta ancora la cromatura dialettale della città dove è nato e dove torna a distanza di anni. Il parlato di Di Ruscio assomiglia alle sue partiture in versi e in prosa, incandescenti e a getto continuo, riguardo alle quali si sono fatti tante volte i nomi di Hasek e Celine (vedi anche una lettera del 1969 di ltalo Calvino ora neI ricco sito internet www.luigidiruscio.com ). Basta leggerne l'ultimo libro che porta il nome di sua moglie musa antagonista, Le mitologie di Mary "(Lieto- Colle, pp. 98, s.i.p.), per intendere come, per lui, scrivere/pensare/ridere/ adirarsi comportino un solo gesto della scrittura, procedura inclusiva e praticabile oltranza, dove trovano posto, in filigrana autobiografica, i termini essenziali dell'attuale condizione umana: il lavoro in fabbrica, l'educazione politica e religiosa, le dinamiche dell'emigrazione, il sentirsi cittadini e/o sudditi dell'economia globalizzata.

Di Ruscio e noto per due titoli (Non possiamo abituarci morire, 1953, ritenuto un capolavoro del neorealismo poetico, e il romanzo picaresco Palmiro) ma, pur non avendo avuto mai accesso alle grandi tirature, ha goduto nel tempo di lettori sceltissimi, da Franco Fortini a Salvatore Quasimodo, da Antonio Porta a Giancarlo Majorino.

Reduce da una pubblica lettura nella sua città natale, Luigi Di Ruscio ha accettato di rispondere ad alcune domande in compagnia di amici-complici, lo scrittore Angelo Ferracuti, l'artista Luana Trapè e il fotografo Ennio Brilli.

La tua poesia può dirsi tua, originale, a partire da un dato: in essa si nota una grande fluidità ma, nello stesso tempo, una grande incandescenza sia in termini lirici, esistenziali, ma anche storici, epici; e pero questa incandescenza entra in contraddizione con i dati della tua vita e del tuo stesso pensiero, quando ami per esempio citare la frase di Joyce secondo cui “abbiamo più speranze di una palla di neve all'inferno...

Non sento unitario il mio lavoro di poeta, o meglio io l'ho diviso, e lo sento diviso, in due parti, quello degli anni cinquanta e sessanta che si chiude con Firmum e poi un altro che comincia con Apprendistati e Istruzioni per l'uso della repressione, risalenti agli anni settanta. Da una parte cioè ci sono poesie relative a un paese, il mio paese che è Fermo, dall'altra invece le poesie di un'esperienza più attuale, con la fabbrica di oggi, la grande città che è Oslo. Per esempio le poesie di Istruzioni per l'uso della repressione le ho quasi scritte di getto, avevo poco tempo per darle a Giancarlo Majorino che allora dirigeva una collana di poesia per l'editore Savelli, con Roberto Roversi: l'ho scritto velocemente ma è anche la raccolta alla quale sono più attaccato sia perché ho fatto meno fatica sia perché ci sono un sacco di ricordi della famiglia, dell'incontro con la fabbrica, e poi il gran casino della repressione di allora, il caso Moro e le Brigate rosse... ,

Antonio Porta mi disse che il titolo vero della raccolta avrebbe dovuto essere Istruzioni per l'uso della «depressione». Lavoravo in fabbrica, avevo pochissime ore per scrivere, la sera tornando a casa mi mettevo davanti alla macchina da scrivere e quasi sempre i primi versi erano insignificanti, però poi pian piano arrivavo al nucleo forte, come se fosse una seduta psicoanalitica, come se io mi suscitassi da me le domande partendo da una frase in- significante, a un certo punto scattava qualcosa che sta nel profondo, e cosi la poesia veniva da sé, sempre dopo otto o dieci versi di completa insignificanza. Adesso invece lavoro su poesie molto corte, molto veloci, epigrammatiche, imito un po' le scritte sui muri, i graffiti, qui a Fermo per esempio ho trovato una scritta bellissima «Ciao terra, è iddio che vi saluta»... Forse ormai è il fatto che quanto mi arriva un libro di poesia, le poesie lunghe non le leggo mai, vado sempre a leggere quelle corte.

Pero è vero che tu scrivi anche in prosa. Da quanto tempo lo fai, e come senti dentro di te il rapporto fra prosa e poesia?

Lo distinguo in maniera molto banale, la poesia va per le corte e la prosa va per le lunghe. Palmiro ho cominciato a scriverlo negli anni cinquanta, quando stavo ancora a Fermo, verso il 1954-'55: trovai un mucchio di manifestini nella sezione del Partito comunista, me ti portai a casa e cominciai a scrivere, poi dovendo emigrare me li dimenticai e dopo vent'anni li ritrovai in soffitta dove li aveva messi da parte per me mia madre; me li sono riportati in Norvegia, a Oslo, e in pochi mesi ho scritto Palmiro, il mio romanzo di formazione di giovane comunista a Fermo. Adesso invece lavoro cosi per la prosa: normalmente lo spunto parte da una lettera che mi arriva, io preparo la risposta ma questa risposta di solito va fuori degli argini, viene fuori un casino, non la posso spedire e cosi la metto nel computer fra i «documenti» e la lascio accumulare. In questo modo è nato Le mitologie di Mary, ho meso da parte tutti i documenti archiviati dove c’era la la parola «Mary», poi li ho organizzati e stampati come fossero un mosaico. E Mary mia moglie continuamente a dirmi: Scrivi, scrivi, che tanto io non lo leggero mai..., perché lei non sa l'italiano... E' chiaro comunque che, rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti, invece nella poesia è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia, quando una cosa invece non resiste da sola e c'è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece e prosa.

Tu sei emigrato a Oslo nei 1957 e hai da subito lavorato in fabbrica, una fabbrica me- tallurgica. Da allora sei stato etichettato come un poeta-operaio: ti riconosci in una simile etichetta che se da un lato dimezza la tua poesia dall'altro, pero, tocca una parte essenziale della tua vita?

La questione della poesia “operaia” mi fa venire in mente la questione della poesia “marchigiana”. Sì, molti anni fa c'era una rivista che mi dava spazio, Abiti-lavo.ro, e cosi con l'etichetta della poesia operaia io utilizzavo quello spazio. Lo stesso è avvenuto per la poesia marchigiana, che quando stavo ancora Fermo e incontravo Franco Matacotta, Acruto Vitali, Alvaro Valentini, Luigi Crocenzi, non se ne parlava affatto: per noi che Giacomo Leopardi fosse di Recanati era insignificante come il fatto che Ugo Foscolo era nato in un'isola greca, ci sembrava una cosa di estremo provincialismo una poesia con l’etichetta di poesia marchigiana. Poeta operaio, sì.. ma la mia esperienza e totale, come dire poeta sposato, poeta fermano, poeta emigrato, il fatto è che noi possiamo definirci in tanti modi, per esempio mi considero fuori da ogni chiesa e ho fatto battezzare i miei figli, non siamo un blocco unitario, magari oggi sono ateo e domani credo ad un patreterno, uno magari dice di essere questo o quell’altro, in verità siamo tantissime cose.

La Norvegia comunque ti ha dato modo i vedere l'Italia e di pensare all'Italia in maniera molto particolare, no?

Scrivo in italiano, posso scrivere soltanto in italiano, ma ho l'impressione che l'italiano di oggi sia molto povero; non è il mio italiano a essere speciale, semmai è semplicistico quello di tanti altri, quando torno, mi fa impressione la gente che parla come dentro uno spot pubblicitario visto in televisione e ne imitano senza volerlo le parole e l'intonazione. Forse sono stato battuto neI posto giusto, «sbattuto» come dice Heidegger o qualcosa del genere, perché se fossi rimasto a Fermo non so cos'avrei potuto scrivere. La Norvegia mi ha dato la possibilità di uno spazio vitale, in un mondo cosi diverso da quello italiano che mi ha fatto capire meglio proprio quello italiano, la sua specificità. Per esempio, la democrazia norvegese e abbastanza avanzata, lì un partito come la Lega è inconcepibile, addirittura in Norvegia non esiste un partito che si possa definire di estrema destra. Al parlamento norvegese stata eletta una donna originaria del Bangladesh, in un parlamento dove i deputati almeno per a meta sono donne e cosi al comune di Oslo.

Pero colpisce, da parte di uno della sinistra radicale come te, un simile elogio della socialdemocrazia scandinava...

La socialdemocrazia scandinava non e come quella italiana, se pure ne esiste una. Mi chiedo quale socialista norvegese potrebbe mai mettersi al governo con Silvio Berlusconi, lì sarebbe ridicolo, assurdo. Molti socialdemocratici norvegesi, non va dimenticato, sono di origine trotzkista, infatti il primo paese dove si e rifugiato Trotzky, prima di andare in Messico, è stata proprio la Norvegia. Nei congressi del partito socialdemocratico norvegese si apre e si chiude con l'Internazionale, in Italia non mi risulta che sia così.

Ma il fatto di abitare in Norvegia non ha poi impedito, di fatto, una tua stabile collocazione letteraria? I lettori ignorano i compagni di strada e i maestri che puoi aver avuto.

I miei maestri? I primi testi di Giuseppe Ungaretti, che sono un incunabolo della mia prima poesia, poi senz'altro la prima raccolta di Franco Fortini, Foglio di via, oppure alcune poesie di Ibsen che in seguito ho tradotto, come quella che si intitola Il potere della memoria, dove dice che per addomesticare l'orso bisogna metterlo a bollire in un grande tegame e nello stesso tempo suonargli una canzone e l’orso è costretto a saltare per le scottature, quasi a ballare ma, finito l'esperimento, l'orso continuerà a saltare ogni volta che sentirà quella musica, cioè si rimetterà a ballare ricordandosi di quel dolore. La poesia e un po' cosi, probabilmente qualche cosa di atroce in essa deve ripetersi, qualcosa che ci induce a ripetere quel dolore, quella angoscia.

Nella tua poesia comunque c'e un'ansia di umanesimo, persino di religiosità laica: ma come puoi sentirla adesso, nel momento in cui il religioso, cioè il credo confessionale, torna nei senso comune in maniera tanto invadente?

Ultimamente ho scritto questo: «Siamo tutti nel ventre di dio, siamo tutti santi e salvi, ogni uno di noi è prete vescovo cardinale e papa». Cerco di spostare la mitologia cattolica verso qualcosa che ci salvi tutti e ci parti tutti, magari, in un qualche regno di un qualche iddio. Questo forse è meglio della religione burocratica dove c'e un papa che pasce il suo gregge. Nessun intellettuale italiano del novecento ha scritto una parola di critica aperta al cattolicesimo, nemmeno Pier Paolo Pasolini ha osato toccare la mitologia cattolica, la piramide cattolica con i suoi culti apertamente feticisti e necrofili.

Eppure anche il cosiddetto postmodernismo ha parlato di fine delle ideologie, delle grandi narrazioni, quasi convincendoci del fatto che viviamo comunque, e ad ogni livello, in «dopo», in una dimensione ormai postuma. Tu concordi con questa visione?

Io il concetto di postmoderno non l'ho mai capito, mi e sempre sembrata una cosa un po' strana, magari e una cosa seria ma non me ne sono mai interessato è posso dire che in fondo non me ne importa niente. Invece mi dispiace che adesso si, dica tanto male di Benedetto Croce, del quale rimangono alcune verità: pensa che le prime volte che leggevo la Divina Commedia certi passaggi dei canti dell'Inferno io li sottolineavo e molto tempo dopo mi sono accorto che erano quasi sempre gli stessi che preferiva Benedetto Croce distinguendo poesia e non poesia. Il fatto è che gli uomini, per quanto riguarda la sensibilità, non sano molto cambiati rispetto a quelli dell’epoca di Dante Alighieri o a quelli del Giordano Bruno che ha scritto un verso che ripeto sempre, «non indegnamente mi addentro nelle tenebre»: siamo ancora estremamente vicini a loro. Per me la lettura è una formazione spirituale e umana, questi autori fanno parte di noi, anche adesso. E poi Benedetto Croce diceva che la storia è storia della libertà e questo non è una cosa da poco. Pensa che ho incontrato un amico d'infanzia che faceva l’archivista all'Arcivescovado di Fermo e mi ha detto con orgoglio che il suo archivio faceva parte della nostra storia: gli ho risposta che per me quell'archivio non poteva far parte della «nostra» storia che è appunto la storia della libertà. Per me è la libertà, lo spirito moderno, il senso di uguaglianza, cioè la democrazia, questa è la storia, tutto il resto è l’antistoria con tutto l’arcivescovo fermano e i suoi riti necrofori e feticisti.

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