Silenzio, parla Luigi Di Ruscio

Libri, fabbrica e passione politica di uno spirito sovversivo fluviale e lirico in perenne conflitto con il mondo

Di Angelo Ferracuti

Luigi ha settantacinque anni ma conserva lo spirito meravigliato di un bambino. Curioso della vita e pieno di stupore, coglie sempre l’attimo per un’impennata lirica e sovversiva che scombina i piani e ti fa vedere le cose in maniera diversa e avversa. Una memoria instancabilmente vitale, profondamente comica e in conflitto perenne con le cose del mondo. E lo fa parlandoti di sua moglie Mary, la sua musa nordica alla quale ha dedicato le Mitologie (Lietocolle editore), ti parla del suo nuovo romanzo fluviale di cinquecento pagine, Santi polverizzati, in cerca di editore, dove il suo alter ego Palmiro, che condensa nel nome una storicizzazione, e titolo del suo romanzo più famoso (prima Transeuropa, poi Baldini e Castoldi), partito in treno dalle Marche incontra a Milano un fondamentalista cattolico che vende crocefissi. Polverizzati, appunto, quasi visti dopo un’esplosione di prosa materica irriverente rispetto a tutte le forme. Come la sua, naturale e ribelle, quella di uno sempre pieno di invettive comiche contro la stupidità del mondo viste e digerite da un comunista prima di natura, poi di cultura autodidatta, infaticabile scrittore di un verbale che in poesia o in prosa attraversa mezzo secolo di storia italiana vista da Oslo, in Norvegia, dove vive dal 1957.
Sto parlando di Luigi Di Ruscio, classe 1930, uno scrittore mitico per molti di noi inclini a combattere con le parole, che nonostante la lontananza geografica sa ancora raccontare il nostro paese da massimalista, prendendo di petto storia e memoria come fossero tutte al presente e vive sotto i suoi occhi in presa diretta, capace di scaraventartele in faccia con tutta la violenza e la tenerezza che lo contraddistinguono, potente come pochi.

Parole e pause

Stasera Luigi è a Macerata, alla Sala degli Specchi della Biblioteca Mozzi Borgetti. E’ un fine settembre nebbioso, l’umidità arriva alle ossa, e a trovarselo di fronte sembra davvero un proletario preistorico che se ne frega altamente di tutte le forme canoniche. Spirito militante, capelli gramsciani bianchissimi e ispidi, camice spartane, corpo compresso e pancia prosperosa, sempre sorridente e di una simpatia diretta. Non rolla più le sue sigarette come una volta quando flirtava col Samson. Invece è emozionato, ma lo nasconde bene, impercettibilmente rosso e sudato in viso parla d’altro mentre il pubblico affluisce in questa cittadina di provincia vera, cattolicissima, che neanche l’università è riuscita a scalfire delle sue arretrate tristezze e cupezze. La sala pian piano si riempie. E’ stretta e lunga, la voce rischia di perdersi per un iniziale pudore, ma quando dopo una breve presentazione il critico Reinhard Sauer, curatore di “Libriamoci: in biblioteca letteralmente fantastico”, gli dà la parola, Luigi inizia a leggere con il suo intercalare frammentato e pieno di pause riflessive, assolutamente senza cerimonie. Come accade nel nord dell’Europa, soprattutto in Francia e in Germania, il poeta legge. Le sue parole sono protagoniste. Si ferma, commenta a tratti in modo del tutto informale. Cerca di stabilire un contatto. Lui le tragedie, ma anche le infinite gioie e passioni della vita, sembra tirarle fuori direttamente dal corpo e dalla routine quotidiana, con una sensitività prensile le acchiappa, le ruba da un luogo mentale dove passato, presente e futuro coagulano un dettato di senso sempre molto circolare ed epico, con una visionarietà grottesca di fondo. E l’imprinting politico è sempre forte e caustico, non salva nessuno. Anzi travolge pieno di verità. E l’iddio clericale, la cui presenza ha colonizzato la sua infanzia, l’ecclesia invasiva che da sempre addita come l’Antistoria, c’è sempre.
Comincia a leggere divertito Le mitologie di Mary: “Mary è mia moglie, e questo è un libro un po’ norvegese, và vè” dice in dialetto fermano, il suo intercalare. Il titolo è “Preparazione per il terzo millennio”. Il suo nastro krappiano-beckettiano inizia così: “Scopate papali senza preoccupazioni metereologiche. Niente preservativi…e pillole quotidiane, si scopa a sessi scoperti. Su dieci ragazze dieci sono incinte, altre dieci vanno alla ricerca di ragazzi svegli che non siano i soliti cretini.” La sua prosa, penso più che quella dell’autore del teatro massimo dell’assurdo o di Cèline di cui scrisse Italo Calvino (“Ricorda Cèline, per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività”), lo apparenta a Blumir Hrabal. Stesse antropologie, forse, e stesso realismo lirico. Irriverente, splendidamente laico. Basta andare in internet e incontrare il suo sito per rendersene conto. C’è una foto che lo ritrae al lavoro nella fabbrica metallurgica di tutta la vita e poco sotto trovi scritto: “Per la questione aborto è la donna che deve decidere. Non certo il papa che non verrà mai ingravidato”, oppure: “Sono ritornate le folle oceaniche, per la morte del papa e del nuovo papa, e non abbiamo più un Gioacchino Belli che per tutto questo spettacolo neopagano, ci faccia ridere.”
Legge ancora le Mitologie di Mary, tossisce: “Io amo la Norvegia e anche mia moglie nordica, in Italia non avevo mai capito bene che vivevo in un pianeta tanto ero immerso nel sociale”, e poi riprende: “le mie paure non sono le sue paure…comunque oggi è festa nazionale”. Si ferma, dice divertito “scusate, mi rileggo molto raramente.” Applausi spontanei. Legge ancora, poi fa: “continuo?”. La sua voce adesso intona un altro brano potente: “Il fascino della Rivoluzione d’Ottobre è troppo grosso per spararci sopra, con tutto il mio populismo avrei sparato sui sanfedisti e mi avrebbero azzannato. Teorizzo anche una non appartenenza a questo vostro mondo, però pago le tasse senza il minimo trucco, ho trasportato tutto l’universo linguistico italico ad Oslo anche perché occupava pochissimo spazio. Ho trapassato le frontiere senza nessuna noia doganale, come un re incoronato…” Poi, quasi affaticato dalla lettura, afferma: “adesso leggiamo le poesie, la prosa è stancante”. Penso che un poeta che ha vissuto il populismo e gli anni ‘50, dove la forza della comunicazione era soprattutto nel parlato, emigrando e “isolandosi”, è riuscito a salvare l’oralità, il discorso diretto, questa è la sua principale forza. Dice che aveva pensato di scrivere un libro “Istruzioni per l’uso della poesia”. Del progetto però c’è solo questa prima pagina che leggerà. Attacca: “Non scrivete le poesie se nello scrivere non ne ricavate rilassatezza, felicità sessuale, leggerezza nei contatti con il prossimo tuo, se non senti lo stesso iddio in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa in fabbrica, scioltezza nel lavoro manuale, aumento vertiginoso della creatività mentre scrivi, sviluppo imprevedibile della personalità, leggermente inebriato, come a precipizio. Se tutto questo non succede smetti subito. La gioia della poesia è solo nello scriverla”. E più avanti: “sarai assalito da associazioni mentali meravigliose e imprevedibili. Scrivi con le spalle bene appoggiate alla spalliera della sedia, scrivi per ore e ore senza stanchezza…piove, nevica, tutto irrompe e avanza, avanzano le fiamme dell’incendio, il Titanic affonda e tu imperterrito a scrivere un verso dietro all’altro e smascherare anche l’iddio immobile e tutti i maiali delle logge massoniche più coperte, tutte le carogne associate e persino la repubblica nostra”. Continua a leggere, la sua prosa sembra crescere dentro le ruote dentate di un ingranaggio che trascina, trova nell’enunciarsi sempre una nuova forza espressiva che nasce da una lingua incandescente. Poi tra un aneddoto e l’altro, racconti che strappano le risa ai presenti, comincia a leggere le poesie de L’ultima raccolta (Manni).

Versi per parare

Parla di Zamora, il portiere più famoso di quando era ragazzo, al quale ha dedicato dei versi dove lo paragona a Cristo in croce che sembra “parare tutti i peccati del mondo”. Poi passa veloce a Firmum (Pequod) un’autoantologia dove si raccoglie un lavoro in versi che va dal 1953 al 1999. Legge una poesia di Enunciati: ”quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo/improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo/la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore/”. Poi un epigramma: “ti auguro una felice pasqua/mangerai la carne e il sangue/di nostro signor Gesù/e speriamo che qualche osso rimasto non ti strozzi”. Risate. Dice compiaciuto “questa poesia era impossibile scriverla. La cosa che mi incuriosiva della comunione è quando il prete diceva il sangue e il corpo di Cristo, ma gli ossi dove passano? Mi chiedevo”. Ride piuttosto rumorosamente. Anche noi del pubblico ridiamo. Poi Luigi si ricompone, torna un silenzio serioso nella stanza della biblioteca. Avverte che leggerà una poesia nata in fabbrica e tratta da “Istruzioni per l’uso della repressione”, che uscì da Savelli nel ‘77. “Finivamo di lavorare verso mezzanotte” racconta, “poi andavamo a fare la doccia tutti insieme. A un tratto uno di noi disse che aveva visto un ratto tra i macchinari. Altri cominciarono a parlare di un porco. Allora quando sono andato a casa ho scritto la poesia di getto”. Legge compenetrato: “chiudere un porco vero nel reparto/non un porco normale/un porco insomma un maiale insomma/ chiuderlo nel reparto per otto ore/ vediamo come reagisce l'associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un il maiale/ schianta strozza impazzisce si indemonia/vediamo se è ancora commestibile”. Il finale è molto sovversivo: “apri il suo cervello vedi cosa medita/misura la sua rabbia aspettatati che scoppi”. Erano gli anni settanta. Dopo l’applauso continua: “il reparto era abbastanza infernale, però ricordo con nostalgia gli operai con i quali lavoravo. Tutti norvegesi.” Legge un appunto da una scaletta che però ha tradito sin dall’inizio: “Un mese fa sono stato invitato ad una festa nella Camera del Lavoro di Oslo. Ci sono andato con mia moglie, festeggiavamo i nostri 45 anni di iscrizione al sindacato metallurgico. Sono orgoglioso di essere stato uno di quelli considerati l’avanguardia della classe operaia.”
Torna indietro fino a una delle prime poesie che ha scritto: “fanno parte di Non possiamo abituarci a morire, l’ho pubblicato nel 1953, e allora avevo ventitrè anni”. Uscì da Schwarz con una prefazione del giovane Fortini, che di lui scriveva: “gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti risultati”. Di Ruscio scartabella, scruta tra un mucchio di fogli. Chiede se ci sono delle domande. Allora Reinhard Sauer gli chiede se si sente più poeta o scrittore di narrativa. Lui gli risponde secco: “io semplifico molto: quando le cose vanno per le lunghe è prosa, quando le cose sono molto corte è poesia.” Risata generale, applausi. Poi all’improvviso legge una cosa che ha trovato scritta su un muro e ha annotato in un taccuino: “ciao mondo, è iddio che vi saluta”. Siccome nessuno fa altre domande dice che inizierà a leggere un passo del suo romanzo fluviale. Invece poi cambia idea e legge una poesia di Ibsen che ha tradotto, “Il potere e la memoria”. Ma subito dopo torna a Santi polverizzati, che ha un attacco fulminante: “Parto difficilissimo, spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia retrocede verso la prima angoscia”. A un certo punto molla. E’ solo un assaggio. Adesso c’è solo tempo per le domande. Prima però legge un testo molto comico dove rivela come ha cominciato a scrivere. Racconta che un professore un giorno incontrò suo padre e gli disse: lo sa che suo figlio scrive anche delle poesie? E si sentì rispondere: “caro professore, quello è capace di tutto”. Segue una risata generale.
Fortini e Quasimodo tra gli anni ’50 e ’60 l’hanno portato con la loro autorità dentro la letteratura italiana, a loro si sono aggiunti più tardi Sebastiano Vassalli, Giancarlo Majorino e Antonio Porta. Giulio Mozzi in “Questo è il giardino” lo recupera e lo celebra, e nel racconto “Per la pubblicazione del mio primo libro”, a un certo punto scrive: “Lo so anch’io che, in questo Paese, gli scrittori sono perlopiù dei letterati di professione, degli accademici o dei giornalisti d’alto bordo. Ma provate a dire a Luigi Di Ruscio che il suo lavoro di operaio a Oslo è una cosa curiosa.”
Però a dire il vero ci ha provato un altro poeta a salvarlo dalla dimenticanza in anni di forte rimozione, Eugenio De Signoribus, portando alla stampa “Enunciati”, e anche uno dei nostri critici più filologicamente rigorosi e seri, Massimo Raffaeli, che ha prefato “Firmum”. In un paese dove le carriere della poesia, della letteratura, inseguono quelle della burocrazia statale, tristemente ridotte a un mediocre mercimonio di scambio, la sua presenza ogni volta ci ricorda la fierezza di una vita vissuta senza mediazioni, quella di uno che ha fatto l’operaio per cinquant’anni lontano dalla terra che da esule ha continuato sempre a sognare e a celebrare in una specie di controcanto laico e irriverente.
La lettura è finita, Luigi firma le copie. Davanti a lui, sul tavolo, c’è un esemplare dell’ormai storica prima edizione Transeuropa di Palmiro con in copertina la celebre foto dei pugili di Sander. Un piccolo classico ormai purtroppo introvabile nelle librerie. “L’Italia più esilarante e poetica del dopoguerra. Il romanzo di un formidabile PCI” recita l’ammiccante strillo editoriale.

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